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La Corte Costituzionale boccia il Fiscal Compact: contiene norme illegittime

Come da tempo sostiene EURECA, al momento la via giuridica e’ la sola possibile per smantellare il pacchetto di regole illegittime che governano l’Unione Europea. E’ di poche ora fa la notizia che la Corte Costituzionale italiana, su ricorso della Regione Veneto, oltre che delle Regioni Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, ha dichiarato con sentenza n. 252/2017, la illegittimità costituzionale, sotto due profili, dell’art. 2, comma 1 lettera c), della legge 12 agosto 2016, n. 164, dal titolo “Modifiche alla legge 24 dicembre 2012, n. 243, in materia di equilibrio dei bilanci delle regioni e degli enti locali. La disposizione censurata modificava il comma 5 dell’art. 10 della L243/2012, che, in applicazione del ” Fiscal compact” aveva attuato la riforma della Costituzione del 2012 introducendo l’obbligo di conseguimento dell’equilibrio di bilancio da parte della pubblica amministrazione. La disposizione prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da adottare d’intesa con la Conferenza unificata, vengano disciplinati i criteri e le modalità per il ricorso all’indebitamento da parte degli enti locali in genere (regioni, comuni, province, città metropolitane) che è consentito esclusivamente per finanziare spese di investimento con le modalità e nei limiti previsti dalle leggi dello Stato. Le Regioni avevano osservato che l’attribuzione di questo potere poteva significare una ingerenza del Governo nei confronti degli enti locali potendo la Presidenza del Consiglio dei ministri dettare delle norme discrezionali e di merito politico che avrebbero indebitamente condizionato le scelte politiche e il soddisfacimento dei bisogni amministrativi dei singoli enti. In effetti detto decreto è già stato adottato con il DPCM 21 febbraio 2017, n. 21, che, a sua volta demanda parte dei compiti al Ministero dell’economia e delle finanze. La Corte ha condiviso questa impostazione osservando in primo luogo che le modalità di attuazione dell’art. 10 si devono limitare a disciplinare solo le questioni tecnico contabili e non possono estendersi a agli aspetti discrezionali. Conseguentemente ha rinviato la valutazione di questo discrimine a riguardo delle norme adottate con il DPCM agli eventuali altri “rimedi consentiti dall’ordinamento, ivi compreso, se del caso, il conflitto di attribuzioni davanti a questa Corte”. In secondo luogo ha ritenuto che la norma sia illegittima nella parte in cui ricomprende nella disciplina assegnata al Governo anche la facoltà di determinare le modalità attuative del potere sostitutivo dello Stato per il caso di inerzia o ritardo da parte delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano nel dare attuazione alle disposizioni contabili previste a loro carico.

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Ora il ministro dem Orlando rivela: ‘L’Italia e’ sotto ricatto della Bce’

Sara’ l’effetto del clima elettorale, fatto sta che, per la prima volta, un ministro del Pd parla di ricatto della Banca Centrale Europea nei confronti dell’Italia. L’evento si è’ verificato durante la Festa del Fatto Quotidiano. Il Ministro Andrea Orlando, titolare del dicastero della Giustizia – intervistato da un altro progressista doc, Gustavo Zagrebelsky e da Silvia Truzzi – si se’ lasciato andare a dichiarazioni davvero esplosive.

‘Oggi – ha detto Orlando – stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. I poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. Faccio solo due esempi. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto.

Faccio un esempio. La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della Costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese. Fu il frutto del fatto che a un certo punto la Banca Centrale Europa, più o meno – ora la brutalizzo – disse: “O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”. Devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore approvare quella modifica. Non tanto per il merito, che pure è contestabile, ma per il modo in cui si arrivò a quella modifica di carattere Costituzionale“.

Dette da una persona qualunque, queste parole sono importanti. Ma peonunciate da un ministro della Repubblica sono di una gravita’ inaudita. Delle due l’una, o l’uomo ha perso il senno della ragione. Oppure le sue dichiarazioni devono aprire un confronto è un chiarimento in Parlamento. Sarebbe un’ottima occasione per rivedere molte cose dentro l’Unione europea. A partire dal mondo in cui e’ stato  imposto il Patto di Stabilita’. Norma Europea che cambia il Trattato di Maastricht senza essere mai stata approvata da nessun parlamento nazionale dei paesi dell’Unione e che da anni e’ causa di chiusura di imprese, licenziamenti, lavoro precario, taglio alle pensioni e allo stato sociale, blocco degli investimenti pubblici. Stesso discorso vale per il Fiscal Compact, contro il quale, EURECA, promuove una class action pubblica.

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Riformare l’UE: conferenza a Roma promossa da EURECA e Universita’ Tor Vergata

Democratizzare un’Europa troppo distante dai cittadini e per questo sempre più’ impopolare. Da AUSTIN, il forte appello lanciato dalla conferenza internazionale promossa da James Kenneth Galbraith e dalla universita’ del Texas, la Lindon Baines Johnson, rimbalza fino a Roma, dove trovera’ presto un ulteriore rilancio. In una lettera firmata dal direttore del dipartimento di Storia dell’Universita’ di Tor Vergata, Franco Salvatori e recata a mano dal giornalista parlamentare Angelo Polimeno (nella foto, davanti all’Universita’ di Austin) presidente di EURECA (Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie), l’ateneo della capitale avanza la proposta di proseguire il confronto sull’Unione Europea entro il mese di febbraio del prossimo anno in un nuovo appuntamento internazionale da tenere nella città’ eterna. ‘La conferenza a Roma – sottolinea con entusiasmo Galbraith – rappresenta un’occasione eccezionale per intensificare ancora di più’ l’impegno a trasformare l’UE in una realtà’ sovranazionale sempre meno burocratica e per democratizzare le sue istituzioni. L’Universita’ AUSTIN offrira’ piena collaborazione, convinta che tra i due atenei possa nascere una proficua e duratura collaborazione’.
Il meeting di AUSTIN, – che segna il debutto internazionale di EURECA e al quale hanno preso parte, oltre ad economisti ed esperti di politica internazionale sia americani sia di tutta Europa – ha visto anche l’intervento di numerosi rappresentanti politici. Tra loro l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, l’ex vice premier polacco Grzergoz Kolodko e il candidato socialista alle ultime elezioni francesi, Benoit Hamon. ‘Non credo – sostiene quest’ultimo – che l’arrivo di Macron all’Eliseo possa segnare un vero cambiamento nel cammino dell’Unione. Occorre mettere fine immediatamente alle fallimentari politiche di austerità’, rilanciare l’economia con una serie di investimenti, pubblici e privati, imprimere una svolta nelle politiche per il lavoro e dar vita al reddito di cittadinanza per chi, sempre più’ e a causa del processo tecnologico che sostituisce la presenza dell’uomo con le macchine, si trova senza un’occupazione’. Contro la crisi, Varoufakis propone l’avvio di un investimento da parte dei grandi organismi internazionali. Unica voce fuori dal coro, quella del polacco Kolodko, oggi esponente dell’opposizione al governo di Varsavia. Kolodko difende le politiche di Bruxelles, punta l’indice contro i populismi e ritiene che non dovrebbe essere consentito uscire dall’UE. Parole riferite esplicitamente alla Gran Bretagna e che, in particolare, prendono di mira lo strumento referendario, che – dice l’ex vicepremier polacco – non dovrebbe essere consentito’.
Affermazioni che, durante i lavori, accendono il dibattito con gli altri partecipanti, tutti convinti, al contrario, che il referendum , come tutti gli strumenti di partecipazione democratica, debbano trovare sempre più’ cittadinanza in Europa. Angelo Polimeno ha illustrato le ragioni – scaturite dalla denuncia del prof. Giuseppe Guarino – che determinano l’illegittimità di norme come il Patto di Stabilita’ e il Fiscal Compact. Si tratta di provvedimenti di legge – sottolinea il presidente di EURECA – che cambiano i Trattati europei quando invece non potrebbero farlo. Questo perché’ si tratta di norme di rango inferiore o addirittura estranee al diritto Europeo. Contro il Fiscal Compact, Trattato internazionale che entro quest’anno dovrebbe essere inserito nei Trattati UE, Eureca – associazione che si avvale di un comitato scientifico formato, tra gli altri, oltre che dallo stesso Galbraith, dagli ex ministri Giulio Terzi e Giuseppe Guarino, dal prof. Giulio Sapelli e dall’imprenditore Ernesto Preatoni – attraverso lo studio Tedeschini di Roma, ha deciso di promuovere una class action pubblica presso il TAR. ‘
‘Questo trattato internazionale – e’ la sottolineatura di Polimeno durante la conferenza di AUSTIN – oltre ad essere illegittimo e’ una delle cause principali della crisi occupazionale, della chiusura di molte imprese e dei ripetuti tagli allo stato sociale e alle pensioni. Pertanto l’uso dell’azione legale e’ non solo possibile, ma doveroso. L’auspicio di EURECA e’ che altre associazioni e altri cittadini in altri stati UE assumano analoga iniziativa’. Il tema della corretta applicazione delle leggi europee – aggiunge – sara’ uno degli argomenti centrali che affronteremo alla conferenza di Roma che nasce da un’idea comune di EURECA E dell’Universita’ di Tor Vergata. Conferenza che, piu’ ancora di quanto avvenuto a AUSTIN, dovra’ vedere una marcata partecipazione di rappresentanti delle istituzioni europee e delle forze politiche italiane e non. Questo affinché la riforma delle istituzioni del’Unione possa diventare argomento sempre più’ al centro dell’agenda di tutti i Paesi membri’.

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Theresa May: ‘I cittadini Ue potranno restare nel Regno Unito’

‘I cittadini europei che vivono e lavorano nel Regno Unito vedranno garantiti i loro diritti’. Parola del premier britannico Theresa May, che per garantire questo chiede all’Europa di accelerare il negoziato sulla Brexit. Londra e Bruxelles, infatti, nelle prossime settimane dovranno mettere a punto dei “piani ambiziosi” nel negoziato sulla Brexit e in particolare – dice l’inquilina di Downing Street – ‘voglio vedere un’urgenza nel raggiungimento di un accordo sui diritti degli europei’. May ha affrontato il tema al suo arrivo al vertice Ue di Bruxelles. ‘Uomini e donne Ue che sono venuti a vivere nel Regno Unito – ha sottolineato – hanno offerto un contributo enorme al nostro Paese, e vogliamo che loro, e le loro famiglie, rimangano. Voglio rassicurargli, informandoli del fatto che siamo vicinissimi a un accordo per garantire i diritti di circa 3 milioni di queste persone. Questa intesa – ha aggiunto – non solo garantirà la certezza della residenza, ma anche delle cure sanitarie, delle pensioni e di altri benefici. Significa quindi che i cittadini Ue che hanno pagato il sistema britannico – e i cittadini britannici che hanno pagato nell’Ue – possono trarre vantaggio da tutto questo. Ciò – ha proseguito la May – consentirà alla famiglie che hanno costruito la propria vita nell’Ue e nel Regno Unito di restare insieme. E questo darà garanzie che i diritti di quei cittadini britannici residenti nell’Ue e dei cittadini dell’Ue residenti nel Regno Unito non si disferanno nel tempo. Quello che ci manca – ha detto ancora la May – è un piccolo numeri di punti importanti da finalizzare. So che molti temono che restare nel Regno Unito potra’ richiedere il passaggio attraverso un percorso complicato, con molti ostacoli burocratici da superare. Anche su questo voglio fornire rassicurazioni. Stiamo elaborando un processo digitale molto snello per quelli che chiederanno in futuro uno status permanente nel Regno Unito. Questo processo sarà disegnato tenendo in conto le esigenze degli utenti, che saranno coinvolti in ogni passaggio. Cercheremo di tenere il costo basso, non più alto del costo di un passaporto britannico. I criteri applicati saranno semplici, trasparenti e rigorosamente conformi all’accordo. Le persone che lo attiveranno non dovranno rispondere di ogni viaggio in entrata e in uscita dal Regno Unito e non dovranno più dimostrare un’assicurazione sanitaria come attualmente è. E questo varra’ soprattuto per i cittadini europei che hanno il permesso di residenza nel Regno Unito’.

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Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase . Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

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Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase <per inserire il FC nel quadro legislativo europeo la Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre>. Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

 

CATALOGNA

Perchè l’Unione Europea è un incentivo alla secessione come in Catalogna

Sul Corriere della Sera di oggi, 1 ottobre, Antonio Politico, solitamente schierato tra coloro che difendono la costruzione dell’Unione Europea, si esercita invece in una critica tanto severa, quanto lucida, dell’Ue. L’occasione è lo scontro, lacerante, in atto in Spagna tra la catalogna, che rivendica l’indipendenza si appresta a svolgere un referendum e il governo centrale di madrid che invece vieta lo svolgimento della consultazione e nega alla più ricca regione del Paese il diritto di andare per la sua strada. Scrive Polito: <La revanche di sentimenti indipendentisti è paradossalmente un effetto del successo dell’integrazione europea, e non sarebbe possibile se l’Unione non esistesse. Pochi catalani, scozzesi o fiamminghi, se la sentirebbero di avventurarsi per il mondo con il passaporto e il mercato che la loro piccola patria potrebbe offrire. Ma se invece trovano posto in un contenitore di nazionalità più ampio della Spagna o del Regno Unito o del Belgio, capace di proteggerli meglio economicamente e di garantire di più le loro differenze, perché mai restare dentro i vecchi confini, imposti dal vicino più forte e talvolta più arrogante? (…) Però – aggiunge Polito – quel nuovo contenitore multinazionale, tanto annunciato e predicato, nella realtà non c’è, è rimasto un miraggio. Si spiega così il grande imbarazzo con cui l’UE  assiste allo scontro tra Madrid e Barcellona. E’ come se sis fosse voltata dall’altra parte, per non vedere. (….) Se l’Europa fosse  schiettamente confederale, un’unione di Stati, difenderebbe con più energia lo Stato spagnolo da una pretesa secessionista, togliendo ai catalani ogni illusione di poter essere accolti dopo una così traumatica rottura. Ma siccome l’UE ha nel suo dna il sogno federale di un’unione tra popoli, non se la sente di condannare apertamente di indipendentisti. Anzi, arriva a flirtare con loro quando le conviene, come ha fatto con gli scozzesi, a mo’ di rivalsa per la Brexit>. Non è tutto. Nello stesso articolo, l’autore racconta di come quest’estate abbia attraversato in autostrada  la frontiera franco-spagnola senza trovare alcun controllo. Peccato – osserva – che solo due giorni prima <un commando di terroristi aveva sconvolto Barcellona e la Catalogna, e tutti i media segnalavano il rischio che l’attentatore della Ramblas e suoi complici potessero scappare in Francia per sfuggire alla caccia all’uomo>. Pertanto, osserva ancora Polito: <Abbiamo indebolito lo Stato nazionale, annunciando che le frontiere interne non esistevano più, ma non è mai arrivato lo Stato  multinazionale, dotato di una polizia federale e di una procura antiterrorismo, che potrebbe sostituirlo>.

Come non condividere considerazioni così evidenti, oseremmo dire incontestabili. A queste, ne aggiungiamo altre due. La prima riguarda l’introduzione dell’euro. Prima di quel momento, ovvero finchè esistevano le monete nazionali, le regioni ricche, che pure in ragione del loro diffuso benessere offrivano un maggior contributo ai bisogni nazionali, indirettamente traevano però anche importanti vantaggi dalla debolezza delle regioni meno ricche. Ogni divisa nazionale (pesos, lira, franco ecc), infatti, veniva quotata suoi mercati valutari in funzione delle condizioni di salute di tutto il paese.  Continuando a prendere la Spagna come esempio, questo significa che, se tutto il Paese fosse stato ricco come la Catalogna, sul mercato dei cambi il pesos avrebbe avuto una quotazione più alta e, di conseguenza, le esportazioni dei prodotti della ricca Catalogna avrebbero faticato di più a conquistare i mercati esteri. Dunque, grazie a questo meccanismo, quando non c’era l’euro, la Catalogna otteneva onori e oneri (economici). Con l’introduzione della moneta unica, invece, gli oneri sono rimasti – nel senso che la Catalogna continua a contribuire ai bisogni nazionali in misura maggiore di altre regioni spagnole meno ricche – mentre gli onori sono scomparsi. Nel senso che ha perso il vantaggio di avere una moneta più debole, in quanto il valore dell’euro sui mercati valutari non è più la sintesi delle condizione di salute delle regioni spagnole, ma lo è di un territorio – i paesi della zona Euro – ben più ampio. Pertanto, ottenendo l’indipendenza, le regioni ricche non devono più <mantenere> quelle più povere e in tasca si ritrovano egualmente una moneta stabile, l’euro, appunto.

Altro tema, importantissimo, è quello della sovranità dei singoli Stati nazionali. Pensare di cederne alcune parti, come è già successo, non è di per se un delitto. Pensiamo ad esempio alla Nato e alla cessione di sovranità in tema di difesa che l’Italia, a suo tempo, ha deciso di fare. Non vi è dubbio che quella rinuncia sia avvenuta nei confronti di un’organizzazione militare con finalità e compiti bene definiti e che questa scelta abbia garantito all’Italia uno scudo militare di cui altrimenti, da sola, non si sarebbe mai potuta dotare. Altra cosa, però, è cedere la sovranità a un’organizzazione internazionale, che nel nostro caso dovrebbe essere addirittura un sovrastato, che in realtà non c’è, dove non esiste la certezza del diritto, dove i Trattati, ovvero la carta costituzionale, vengono spesso e volentieri stravolti da norme di rango inferiore mai approvate da nessun parlamento, Questo è più che un delitto. E’ alto tradimento verso lo Stato cui si appartiene.

voto GERMANIA

Merkel rivaluta i populisti: ‘Talvolta indicano problemi che occorre risolvere’

<Ci sono problemi evidenziati dalla politica populista. E laddove si presentano problemi, questi vanno risolti>.  Qualcuno, in Italia, stenterà a crederci ma queste sono parole pronunciate da Angela Merkel.  La cancelliera tedesca, uscita vincitrice ma fortemente ridimensionata dalle urne in Germania, non ha paura a riconoscere che, tra le critiche avanzate dalle forze cosiddette populiste, ce ne sono alcune assolutamente fondate e che, se la Cdu vuole tornare ai livelli di qualche mese fa, deve risolverli.  Merkel dice anche con chiarezza quali sono i settori di intervento: <Si tratta – dice – di integrazione, immigrazione illegale, assistenza medica nei territori rurali>.

Il tempo, dunque, è galantuomo. Lo è nel senso che, se è vero che alcune forze antieuro hanno proposto negli anni soluzioni impraticabili, o addirittura avventurose –  ad esempio l’abbandono della moneta unica senza un piano economico credibile alternativo – è anche vero che in alcuni casi, invece, questi partiti hanno avuto il merito di dare voce in parlamento a un’insofferenza reale della popolazione, che – ad esempio in tema di immigrazione – si sente minacciata nella sua sicurezza, penalizzata sul lavoro, discriminata nelle politiche sociali. Ma in Italia c’è una Merkel? C’è un leader degno di questo nome che invece di affidarsi a una facile propaganda antipopulista si ponga il problema di salvaguardare la democrazia e dunque di dare ascolto al grido di allarme, sempre più forte, che parte dai cittadini? Al momento, purtroppo non ne vediamo. Assistiamo invece a un infantile  rincorsa a commentare, ciascuno secondo i propri comodi, i risultati che arrivano dalle elezioni degli altri paesi Ue. In Francia vince Macron? Ecco che politici e mass media italiani gridano alla rinascita dell’Europa e alla fine dei populismi. Poche settimane dopo in Germania le forze di governo si indeboliscono e l’estrema destra anti mediterranea entra in Parlamento come terza forza? Ecco che sale invece il grido di gioia di chi annuncia la fine dell’Unione Europea. Chiacchere in libertà. Commenti inutili e che sembrano avere la sola funzione di nascondere la totale assenza italiana sulle vere problematiche dell’Ue, sul suo ruolo, su come contribuire concretamente a cambiare l’Ue in senso democratico. La verità è che nessuno, al momento, sa dove andrà l’Europa nei prossimi anni. Se, finalmente uscirà dall’impasse o se, al contrario, vedrà aggravarsi la sua crisi. A nostro avviso, nel frattempo, invece di limitarsi al ruolo di tifoso ora di una parte, ora dell’altra, l’Italia deve impegnarsi per contribuire a rendere l’Europa più democratica, passaggio inevitabile per farla sopravvivere. Un esempio concreto. Entro quest’anno i parlamenti dei paesi Ue dovrebbero votare sull’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati europei. L’aria che tira, e le tante conseguenze negative provocate da questa legge che ha fatto aumentare la disoccupazione, chiudere molte imprese, tagliare le pensioni, dice che difficilmente l’esito potrebbe essere positivo. Per questa ragione – così si sussurra in maniera sempre più insistente a Bruxelles – l’Ue, ancora una volta, potrebbe essere tentata dall’inserire il FC nel diritto europeo senza chiedere il via libera di nessuno parlamento nazionale, e ricorrendo per esempio a un semplice regolamento. <Aum, aum>, si direbbe a Napoli. Ma questa, appunto, non è democrazia. Ma su queste basi come è immaginabile aprire una discussione per rafforzare l’integrazione, prevedere nuove cessioni di sovranità da parte degli Stati membri, dotarsi di un ministro delle finanze comuni? Impossibile. L’Italia, dunque, se davvero ci tiene all’Europa, denunci la procedura con la quale, da anni e anni, i Trattati europei, ovvero la Costituzione dell’Ue, vengono cambiati con leggi di rango inferiore o addirittura estranee al diritto europeo.  Così sì che il nostro Paese acquisirebbe un ruolo significato. Noi di EURECA, nel nostro piccolo, siamo pronti a fare la nostra parte. La nostra class action popolare contro il Fiscal Compact è sulla rampa di lancio. Qualunque cittadino voglia aderire può scriverci a info@assoeureca.eu.

 

 

Representatives of Canada and the EU shake hands

Il CETA entra in vigore: luci e ombre dell’intesa UE-Canada

Da oggi, 21 settembre, sia pure a titolo provvisorio, entra in  vigore l’accordo economico e commerciale globale (Ceta) tra l’Ue e il Canada. Secondo Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, <l’accordo rispecchia perfettamente la nostra idea di politica commerciale: uno strumento atto a stimolare la crescita che apporta benefici alle imprese e ai cittadini europei, ma in grado anche di trasmettere i nostri valori, di gestire correttamente la globalizzazione e di plasmare le regole del commercio globale. L’approfondito controllo parlamentare cui l’accordo è stato sottoposto testimonia il crescente interesse dei cittadini nei confronti della politica commerciale. Gli intensi scambi che hanno caratterizzato l’intero iter dell’accordo attestano la natura democratica del processo decisionale europeo. Auspico che gli Stati membri conducano una discussione approfondita nel contesto dei processi di ratifica dell’accordo in corso a livello nazionale. Per le nostre imprese e per i nostri cittadini è  giunto il momento di cogliere tale opportunità ; ognuno deve poter constatare che la nostra politica commerciale e’ in grado di apportare vantaggi concreti per tutti>.

Dice Cecilia Malmstrom, commissaria responsabile per il Commercio: <Per i nostri esportatori la situazione sta per cambiare. L’entrata in vigore a titolo provvisorio dell’accordo consente alle imprese e ai cittadini dell’Ue di iniziare da subito a cogliere i vantaggi che offre. Per l’economia globale si tratta di un segnale positivo in grado di favorire la crescita economica e l’occupazione. Il Ceta è un accordo moderno e innovativo che sottolinea il nostro impegno a favore di un commercio libero ed equo fondato su valori e contribuisce a plasmare la globalizzazione e le regole che disciplinano il commercio globale. Il Ceta sottolinea inoltre il nostro fermo impegno a favore dello sviluppo sostenibile e tutela la capacità dei nostri governi di legiferare nell’interesse pubblico. In più l’accordo rafforza considerevolmente le nostre relazioni con il Canada, un partner e alleato strategico con cui condividiamo profondi legami storici e culturali>.  L’applicazione a titolo provvisorio del Ceta a partire da oggi segue all’approvazione dell’accordo da parte degli Stati membri dell’Ue, espressa in seno al Consiglio, e da parte del Parlamento europeo. L’accordo entrerà però in vigore pienamente e in via definitiva solo quando tutti gli Stati membri dell’Ue lo avranno ratificato. La Commissione, si legge in una nota, collaborerà con gli Stati membri dell’Ue e con il Canada per garantire un’attuazione agevole ed efficace dell’accordo.

Vediamo quali sono i principali contenuti dell’intesa. L’accordo, secondo la Commissione europea e gli altri sostenitori, consentirà alle imprese dell’Ue di risparmiare 590 milioni di euro l’anno, attualmente pagati per dazi doganali su merci esportate in Canada. Eliminerà i dazi su 98% dei prodotti (linee tariffarie) commercializzati dall’Ue con il Canada. L’accordo fornisce inoltre alle imprese dell’Ue la migliore opportunità  mai offerta a societa’ non canadesi di partecipare alle gare d’appalto del paese, non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale. L’accordo apporterà vantaggi in particolare alle piccole imprese, che meno di tutte possono farsi carico dei costi della burocrazia connessi all’esportazione in Canada. Le piccole imprese risparmieranno tempo e denaro, ad esempio evitando la duplicazione delle prove sui prodotti, lunghe procedure doganali e costose spese legali. I nemici dell’accordo, in Italia, avanzano quattro contestazioni.

1)I  marchi tipici europei vengono sì tutelati, ma come controparte dal Canada inizieranno ad arrivare prodotti simil-equivalenti a costi molto inferiori che non rispettano gli standard produttivi di qualità previsti dalle leggi UE. Inoltre, sul mercato verranno immessi prodotti a prezzi molto bassi che arrecheranno un danno alle piccole e medie imprese, che sono il centro di moltissime economie europee, in primis dell’Italia.

2) Riguardo l’aspetto finanziario, si rischia una seria compromissione della capacità dei governi di controllare le banche ed i mercati finanziari. Il potere bancario, forte di una presenza multinazionale, diventerà così rilevante tale da poter citare in giudizio i singoli stati.

3) L’istituzione del “dispute settlemetnt”. Si tratta di un sistema di “arbitrato”, una sorta di “tribunale privato” (con caratteristiche molto simili a quello presente nel World Trade Organization), che consente ad aziende di appellarsi contro gli stati in caso di una presunta o mancata applicazione del trattato o di una violazione di esso. Perché se è vero che il CETA all’interno delle sue premesse riconosce agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità, dall’altro lato le multinazionali interessate possono appellarsi per far valere il proprio diritto a commerciare il proprio prodotto o servizio appigliandosi a questo o quel cavillo per contrastare la legge nazionale e tutelare i propri profitti.

4) Ci saranno problemi di impatto ambientale: come segnala il The Guardian, un esempio può essere quello dell’importazione delle cosiddette “tar Sands” , ovvero delle sabbie bituminose che sono composte da petrolio, acqua e argilla. Citando il quotidiano britannico “si tratta di uno dei combustibili fossili più pericoloso per l’ambiente, la cui maggior parte delle estrazioni avvengono nella regione di Alberta, in Canada. In Europa ci sono pochissime estrazioni di questo materiale, ma le cose stanno cambiando. Quando l’Europa ha chiesto regole restrittive sull’importazione delle sabbie sul suo territorio, il Canada voleva utilizzare ciò per bloccare immediatamente i negoziati sul trattato”. Con l’approvazione del CETA anche in Europa potrebbe aumentare la disastrosa estrazione delle tar sands, con conseguenze gravissime riguardo il Cambiamento Climatico e l’innalzamento delle temperature mondiali, senza considerare i danni alle colture e alla salute dei prodotti agroalimentari dovuti all’introduzione di pesticidi e sostanze che attualmente non sono ammessi in territorio UE.