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Ministro tedesco Scholz: ‘Giusto che l’Italia pensi ai disoccupati’

di ANGELO POLIMENO BOTTAI

<Verosimilmente non si può raggiungere tutto. Ma forse potremmo ragionare in modo un po’ più europeo. Chi ha saputo fino a poco tempo fa qui che in un paese fondatore dell’UE, un’economia industriale di successo, non c’è un’assicurazione per disoccupati di lungo. Il governo cerca di fare qualcosa del genere come società, non si puo’ rispondere ‘come vi viene in mente’. Parole pronunciate a Berlino non da un qualunque parlamentare di un qualunque paese europeo, ma dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. Segno che qualche cosa comincia a muoversi in Europa e che alcune iniziative del governo italiano giallo-verde cominciano a far breccia in ambienti fino a poco tempo fa del tutto sordi ad ogni richiamo in favore di un’Europa più attenta alle esigenze dei cittadini. Segno che se ci sono gli Junker e i Moscovici, sempre sprezzanti verso Palazzo Chigi e insensibili alle ragioni della solidarietà e di chi cerca di rilanciare la crescita, ora cominciano a farsi sentire anche gli Scholz.

Il ministro tedesco ha poi risposto a una domanda sullo scontro tra Bruxelles e Roma. <Io – ha detto – sono molto contento del fatto che la discussione stia avvenendo in toni molto moderati e credo che questo aiuti perché questo è un tema italiano non europeo’. Quanto alle sanzioni che potrebbero essere applicate all’Italia, Scholz ha dichiarato: <Il dibattito viene portato avanti in modo molto intelligente e così si deve continuare a fare’.

 

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Attenti agli investimenti cinesi: possono costarci molto cari

di GIULIO TERZI*

Le notizie sulla crescita economica cinese, sia pur rallentata da squilibri macroeconomici, indebitamento complessivo e “guerra commerciale” con gli Usa, confermano sostanzialmente la portata dei risultati conseguiti dal Presidente Xi Jinping sul piano interno nel consolidare il sistema di potere guidato dal Partito Comunista Cinese.

Un potere sempre più accentrato nella figura di un Presidente ormai svincolato da termini di mandato e, apparentemente, da qualsiasi apprezzabile forma di opposizione interna.

La trasformazione “neo imperiale” della potenza cinese avvenuta in questo decennio muta radicalmente i presupposti sui quali si erano basate le politiche Americane e Europee dall’inizio della Presidenza Clinton. Lo sviluppo prodigioso dell’economia cinese, i successi registrati – sia pure con le carte spesso truccate della sottrazione illegale dei dati a aziende e ricercatori occidentali- in campo scientifico e tecnologico (intelligenza artificiale, quantum computing, spazio e armi di ultimissima generazione) è stata indotta e sostenuta da una globalizzazione con vantaggi pesantemente uni direzionali per la Cina.

Ancora sino a primi anni duemila, ad esempio, quando Pechino vantava un’economia già tre-quattro più volte grande della nostra,e con tassi di sviluppo almeno quadrupli, la Cooperazione allo Sviluppo italiana ancora elargiva finanziamenti a dono e crediti di aiuto all’industria cinese, mentre per le nostre aziende sul mercato cinese lottavano con difficoltà di ogni tipo, e crescenti, ingigantitesi, nel marketing, nel recupero dei crediti soprattutto dagli enti statali, nella tutela della proprietà intellettuale.

Ciononostante sembra prevalere nel dibattito che si sta sviluppando nel nostro Paese sui grandi temi della BRI, della Via della Seta e in generale sul rapporto tra Europa e Cina una tendenza all’accoglienza entusiastica e incondizionata alle tesi di Pechino che magnificano i grandi vantaggi dei finanziamenti cinesi, la visione di una globalizzazione guidata Pechino, e persino la “superiorità” del modello sociale, politico e dell’ideologia cinese rispetto allo Stato di Diritto occidentale.Abbiamo persino ascoltato in alcuni dibattiti dello scorso agostopersonalità politiche di grande esperienza di Governo e nelle Istituzioni Europee, che dovrebbero quindi essere particolarmente sensibili nell’affermare lo Stato di Diritto e i principi della democrazia liberale nel mondo – come scritto nei Trattati europei – ripetere come verità rivelata che BRI e Via della Seta costituiscono “il Piano Marshall” di questo primo secolo del millennio, riprendendo pedissequamente gli argomenti e la propaganda di Pechino.

Ciò dovrebbe preoccupare quanti dovrebbero essere sensibili alla contrapposizione valoriale, in termini di libertà e di dignità della persona, tra l’impostazione sostenuta alla fine del secondo conflitto mondiale, dal Segretario di Stato Marshall, e il “pensiero unico” affermato da Xi Jinping e dalla sua classe dirigente. Lerecenti missioni in Cina del Sottosegretario Geraci e del Ministro Tria, e da ultimo del Vice Primo Ministro Di Maio si sono concluse con enfatiche dichiarazioni sui vantaggi di possibili acquisizioni cinesi in comparti strategici, nelle reti di trasporto enelle alte tecnologie, nonché di interventi di Pechino sul nostro debito pubblico. Accenno, quest’ultimo che ha dovuto essere poi immediatamente rettificato perché aveva causato l’aumento, nei mercati, dei tassi di interesse del nostro debito pubblico e dello spread. Questa tendenza non è purtroppo nuova nel mondo politico e imprenditoriale italiano. C’è troppo spesso l’ansia di dimostrare di “essere i primi” nel cogliere facili opportunità in mercati estremamente complessi, e in paesi dove regole del mercato, rispetto degli investitori stranieri, parità di trattamento e reciprocità passano sempre dopo, molto dopo, le priorità di un interesse nazionale interpretato in chiave marcatamente ideologica, nazionalista e persino “militarista”. Molti imprenditori si rendono ora conto dell’errore commesso nel credere agli appelli dell’ex PdC Renzi per valorizzare l'”Eldorado Iraniano”. In misura ancor più macroscopica tutto rischia di ripetersi a proposito degli investimenti cinesi e delle strategie di Pechino in Occidente. Per il momento il dibattito in Italia sulle preoccupazioni che essi sollevano non sembra ancora iniziato, o per lo meno non ha prodotto i risultati concreti e le riflessioni sulle misure da adottare che invece stanno emergendo a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Madrid, Londra.

Trump, Macron, Merkel, May, le categorie imprenditoriali dei settori maggiormente “a rischio” di acquisizione cinese, così come ampi strati dell’informazione americana e dei principali Partner EU manifestano serie preoccupazioni e stanno predisponendo misure di tutela dei propri interessi nazionali.

Non dovrebbe l’Italia, con la necessità assolutamente vitale di tutelare il “Made in Italy” nelle imprese strategiche oltre che nei beni di consumo e nei servizi, dimostrarsi ben più sensibile al proprio interesse nazionale e alla esigenza di una oggettiva valutazione della “questione Cinese”? Si tratta di una narrativa sulla quale influiscono enormi interessi economici, pubblici e privati, di sicurezza, di influenza , di visione geopolitica, di tutela delle libertà , di privacy e sicurezza nella “rete”, di attaccamento a valori fondamentali – Stato di Diritto,  libertà politiche e diritti umani – che ogni Europeo dovrebbe sentirsi ad ogni costo impegnato a affermare. Ciò dovrebbe in particolare valere ai”tavoli” delle trattative multilaterali dove Governi e Istituzioni Europee decidono, regole, comportamenti e composizioni di interessi nazionali su questioni di vitale importanza per i loro popoli.

Non è stato raro ascoltare e leggere nelle discussioni estive sulla BRI che questo primo secolo del Millennio debba ineluttabilmente essere “Cinese”: non soltanto per l’Asia, ma anche per l’Eurasia, e quindi per noi tutti. La grande massa geopolitica che si estende dalle steppe dell’Asia centrale attraverso Caucaso e Urali sino al Grande Mediterraneo e alle regioni Atlantiche dovrebbe, secondo alcuni “maitres à panser” di Pechino progressivamente slittare verso la sfera di influenza cinese, alternativa a quella sinora a guida americana. Xi Jinping fa poco o nulla per ridimensionare queste ambizioni. Al contrario, il Presidente Cinese non perde occasione per sottolineare come la BRI sia “il progetto del secolo” e il “regalo della saggezza cinese allo sviluppo del mondo”.

Su questo sfondo le iniziative diplomatiche commerciali, finanziarie, militari di Pechino stanno acquisendo un “crescendo” nel quale hanno trovato perfetta collocazione la grande esercitazione militare russo cinese di fine estate- con trecentomila soldati, mille carri armati, centinaia di aerei e comandi integrati russo cinesi- e gli ormai continui e entusiastici incontri tra Putin e Xi. I due leader si riservano il privilegio di chiamarsi “i migliori amici” l’uno per l’altro: plateale, ricercata santificazione che entusiasma anche taluni, non sempre disinteressati, esegeti del pensiero cinese e dei valori euro-asiatici.I motivi per vederci chiaro, prima di correre.

Molti commentatori occidentali hanno rilevato la notevole opacità, probabilmente voluta, della strategia di Pechino. Se “road” sembra riferisce essenzialmente a vie d’acqua, e “cintura” a infrastrutture tra Cina e Europa che colleghino  ferrovie, strade, telecomunicazioni- importantissima nel progetto cinese la dimensione Cyber-  sono certamente molti i paesi e Governi asiatici, mediorientali e africani, e non pochi i politici e gli imprenditori europei, ansiosi di accogliere finanziamenti cinesi “senza condizioni”: negoziati con metodi e interlocutori spesso assai disinvolti sotto il profilo della lotta alla corruzione, delle garanzie di sicurezza sociale e dei diritti dei lavoratori. Le considerazioni di natura economica, pur problematiche sotto diversi profili, assumono colori ancor più inquietanti ove si consideri invece che il disegno di Pechino fa parte di un progetto geopolitico per il “nuovo ordine mondiale” nel quale la Cina intenda assumere il ruolo di Superpotenza dominante. Un progetto che viene da lontano. Ma che assume ora una sua marcata assertività in dichiarazioni, documenti, iniziative diplomatiche e militari, oltre che commerciali e finanziarie, della Cina di Xi Jinping.

Questa ultima ipotesi diventa ancor più realistica a causa dell’opacità del gigantesco impegno finanziario ostentato da Pechino in una quantità di occasioni. Qual’é il “blueprint” della BRI e della Via della Seta, ci si chiede in Occidente e in molti paesi interessati dell’Asia, dell’Africa e de Medio-Oriente? Quali sono i motivi dei continui ampliamenti che Pechino propone ai suoi orizzonti, dall’iniziale contesto Eurasiatico e Africano (“Vie della Seta” terrestri e marittime) a quelli della “Via della Seta nel Pacifico”, ” della ” Via della Seta sul ghiaccio” nell’Artico, e ora della “Via della Seta digitale” attraverso lo spazio cyber?

Le preoccupazioni aumentano quando si constata che la BRI si lega a un ormai definito “culto della personalità” di Xi. La stampa cinese ha ribattezzato l’iniziativa “cammino di Xi Jinping”. Si sollecitano apprezzamenti dei Governi stranieri, così da farli rimbalzare nella martellante propaganda interna.

ESPERIENZE  -Un’analisi delle strategie e intenzioni di Pechino deve anzitutto riguardare i rapporti con i Paesi vicini. Gran parte dell’Asia deve ora riconoscere che il gigante cinese non può essere visto soltanto come un partner commerciale. Con la ricchezza e il successo si è diffusa la capacità di attrazione del modello cinese. Ciononostante sono numerose le riserve e non di rado le nette opposizioni a seguire i “desiderata” di Pechino: perfino da parte di Paesi come Myanmar, considerati per decenni sottomessi politicamente e economicamente alla Cina. Nel 2011 le proteste popolari contro l’allagamento di villaggi e la distruzione dell’ecosistema per fornire elettricità al grande vicino attraverso un sistema di dighe sull’Irrawaddy avevano ucciso l’insano progetto. Si discute ora di quale vero interesse abbia Myanmar alla realizzazione del porto di Kyaukphyu nel Golfo del Bengala, con annessa “Zona Economica Speciale”, all’astronomico costo di 7.3 Mld $. CITIC, finanziatoun conglomerato dello Stato cinese che avrebbe una quota del 70% e la gestione per cinquant’anni. Il porto sarebbe di enorme valore per la Cina: darebbe accesso al mare all’importante Provincia dello Yunnan; consentirebbe alla flotta mercantile e militare cinese di svincolarsi dallo Stretto di Malacca. Lasciano però molti dubbi le modalità di rimborso del prestito cinese per finanziare il 30% della quota birmana. Tutti conoscono infatti quanto avvenuto solo lo scorso anno con il finanziamento cinese per il Porto di Hambatota in Sri Lanka, passato direttamente in mani cinesi con 69 Kmq di territorio circostante perché, nel giro di pochissimo tempo, il Governo locale non è più stato in grado di onorare il servizio del debito. L’interesse birmano a realizzare il progetto di Kyaukphyu è assai discutibile, data la sua lontananza dalla regione di Yangoon, vero centro economico del Paese. Ma ora l’insistenza di Pechino decuplica, dato che Myanmar viene posta dagli strateghi di Pechino proprio sulla ” Via della Seta Marittima del 21° secolo”.

L’indeterminatezza progettuale delle diverse “Belt and Road” terrestri e “Silk Road” marittime sembra fatta apposta per sostenere la proiezione globale della potenza economica e militare cinese. Essa riecheggia un documento elaborato 13 anni fa dalla People’s Liberation Army sulla “collana di perle” intesa a collegare la Cina a sue basi militari anche molto lontane dalla massa continentale, ma tra loro ben coordinate. Ne è buon esempio la nuova base navale cinese nel Pacifico meridionale, a Vanuatu, a 1.900 Km da Brisbane. I termini del contratto di finanziamento sono, come di consueto, tutt’altro che rassicuranti.Si tratta di un prestito quindicennale al tasso del 2.5% stipulato da Vanuatu con l’ente statale di Pechino ExIm Bank, che può essere annullato in caso di non pagamento anche di una sola rata.

I valori aggregati di cui si continua a parlare per BRI e “Vie della Seta” sono certo imponenti ma non ancora tali da comportare un “dominio finanziario globale”. Le preoccupazioni più immediate riguardano i condizionamenti che il Governo e gli enti statali cinesi sono perfettamente in grado di esercitare in Europa, e in Italia in particolare, ogni volta che Pechino intenda acquisire aziende di valore strategico per i nostri Paesi e per il “Made in Italy”: sempre a condizioni estremamente svantaggiose per il “sistema Italia”, sia sotto il profilo economico, sia per quanto riguarda la tutela dei dati informatici, la protezione delle tecnologie, e l’assenza di qualsiasi condizione di reciprocità.

Se il quadro descrive quanto avvenuto nell’ultimo decennio in Occidente , senza che le più importanti economie del mondo si ponessero seriamente l’obiettivo di instaurare con Pechino regole del gioco eque, rispettose della legalità e degli accordi sottoscritti, se interessi pubblici e privati legati a convenienze del giorno per giorno hanno fatto sì che si sia lasciata a Pechino la mano completamente libera nello sfruttare i “mercati aperti” che lobbies e gruppi di potere in America e in Europa mettevano ben volentieri a loro disposizione, ben possiamo immaginare quanto sia avvenuto, stia avvenendo e ancora avverrà nelle economie più deboli del pianeta, governate in molti casi da autocrati o presidenti a vita, sorretti da ristrettissime “elites” locali, operanti di fatto al di fuori di qualsiasi controllo popolare, di trasparente informazione, e di legalità sanzionata.

Nei mesi scorsi un think tank particolarmente autorevole nelle questioni dello Sviluppo Sostenibile – il “Centre for Global Development”-  ha pubblicato una ricerca su otto paesi che sono ad alto rischio di “collasso finanziario” a causa dell’indebitamento contratto da quei Governi nella “Belt and Road Initiative” (BRI). Si tratta di Laos, Kyrgyzstan, Maldive, Montenegro, Gibuti, Tajikistan, Mongolia Pakistan. In meno di due anni, la percentuale debito/PIL è passata per effetto dei progetti cinesi BRI, rispettivamente (a cominciare dal Laos) da circa 50% al 70%; dal 23% al 74%; dal 39% al 75%; dal 10% al 42%; dall’80% al 95%; dal 55% all’80%; dal 40% al 58%; dal 12% al 48%.

In Montenegro l’autostrada finanziata da Pechino configura il solito “patto leonino”, dato che l’ammontare del debitocorrisponde a un quarto dell’intero PIL del paese; la ferrovia in Laos, alla metà del PIL annuo. Si è stimato che nel solo quadriennio 2000-2014 il Governo Cinese abbia finanziato progetti pari a 354 Mld $, tre quarti dei quali a tassi di mercato. Non solo Trump ha definito “predatorie” tali iniziative, ma la stessa Christine Lagarde – Direttore esecutivo del FMI- ha sottolineato la loro problematicità, auspicando che “la BRI viaggi esclusivamente dove è realmente necessario”.

Non era neppure dovuto questo richiamo per convincere Nepal, Myanmar, e ancor più Malaysia a dire “no grazie”. Tra le primissime decisioni del nuovo Primo Ministro Malese vi è stata quella di azzerare gli impegni BRI del suo predecessore, presi in un contesto di giganteschi profitti personali e di una corruzione che ha portato alla sua rimozione e incriminazione. Anche per il Pakistan sembra ridimensionarsi un altro mega-progetto BRI, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Un argomento molto forte contro la “politica di sviluppo” cinese riguarda, da molti anni ormai, i ritorni economici per i Paesi destinatari degli investimenti cinesi. Prendendo in esame il progetto “Reconnecting Asia” per investimenti direttamente finanziati da Pechino nei trasporti in 69 paesi dell’Eurasia, si è constatato che la quasi totalità di questi progetti, l’89%, viene attuata da imprese cinesi. Ben diversamente,quando analoghi progetti sono finanziati da organizzazioni multilaterali, il 40% dei contractors è locale, il 30% di imprese straniere e solo un altro 30% di imprese cinesi.

CONCLUSIONI – L’UE sta insistendo con Pechino affinché al centro della BRI e delle Vie della Seta siano poste regole precise su trasparenza, standard nel mercato del lavoro, sostenibilità del debito, appalti, ambiente. Nei primi mesi del 2018 tutti gli Ambasciatori UE a Pechino, eccettuato l’ungherese, hanno firmato un rapporto per Bruxelles nel quale hanno definito la BRI una sfida alle regole del libero mercato e una manna per i sussidi statali. Per parte sua Atene, che ha ceduto alla compagnia COSCO nel 2016 il proto del Pireo per 312 Mil $, ha bloccato l’UE nel prendere posizione sulla militarizzazione cinese degli isolotti nelle zone del Pacifico reclamate anche da Filippine, Vietnam, e oggetto della controversia con gli Usa e tutti gli altri Stati della regione. L’Ue non ha ancora potuto lanciare un’iniziativa efficace per l’esame degli investimenti cinesi, ed è atteso un rapporto dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel frattempo iniziative molto opportune sono state avviate in seno al Parlamento italiano.

Lo scorso 26 giugno il Senatore Adolfo Urso ha presentato una interrogazione al Governo rilevando che “gli investimenti cinesi in Italia ed in Europa sono in continua espansione. Secondo gli ultimi dati Merics (Mercator Institute for China Studies) “l’Impero di Mezzo” ha investito in Italia nel periodo 2000-2017 circa 14 miliardi di Euro… In Europa nel solo 2017 gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi hanno superato i 30 miliardi ed il flusso di capitali e’ principalmente legato ad aziende con diretta o indiretta partecipazione dello stato. Infatti la maggioranza degli IDE cinesi nell’Unione Europea nell’anno 2017 provengono da aziende statali ed i settori maggiormente attrattivi per i capitali cinesi sono infrastrutture critiche di importanza nazionale in settori strategici come trasporto, energia e digitale….  La Cina attraverso le sue controllate ha quindi accesso ad informazioni di importanza strategica nazionale ed europea a proposito di investimenti talvolta strettamente legati a strategie geopolitiche mondiali come nel campo dell’approvvigionamento di energia o a brevetti ed innovazioni tecnologiche come nel settore digitale e dell’automazione. Tutto questo senza che esista a livello europeo un vero e proprio scudo contro gli investimenti impregnati da intenti politici a volte intrusivi e che talvolta mettono dubbi sul fatto se in settori strategici strettamente legati alla sicurezza nazionale ed europea possa essere accettata la presenza di potenze straniere sulla plancia di comando. Inoltre gli investimenti di aziende italiane ed europee in Cina sono fortemente condizionati da restrizioni di accesso al mercato e quindi il principio di reciprocità non è rispettato mettendo le nostre aziende in una condizione di disparità competitiva che avvantaggia fortemente le aziende cinesi. A differenza dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno un sistema di controllo degli investimenti stranieri attraverso il Cifius cioè un comitato che verifica se determinati investimenti stranieri possano arrecare danno alla sicurezza nazionale. In Europa un tale sistema non esiste ed é solo in discussione ora una proposta della Commissione che praticamente si base su un sistema di coordinamento dei sistemi di screening nazionali…”.

La Camera dei Deputati ha per parte sua avviato una indagine conoscitiva “per delineare un quadro coerente ed oggettivo sulla politica estera dell’Italia declinata in chiave di strategia energetica, verificandone priorità ed implicazioni geopolitiche nella prospettiva dell’interesse nazionale… Il versante euroasiatico rappresenterà un focus di approfondimento nella consapevolezza dell’importanza delle relazioni con attori come la Russia e la Cina, sia a livello bilaterale sia in ragione di progetti transcontinentali come la “Nuova Via della Seta”, lanciata da Pechino. L’attività d’indagine si articolerà principalmente in audizioni di soggetti rilevanti ai fini dei temi trattati…”.

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* Presidente Comitato Scientifico di EURECA (Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie)

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Altro che B: Savona lavora a un ambizioso Piano A per ridisegnare la governance europea

di Angelo Polimeno Bottai 

Diventato famoso e sottoposto alla gogna mediatica per il famoso piano B di uscita dall’euro – piano che tutti i paesi seri hanno nel cassetto e che serve solo per non trovarsi impreparati a reagire in caso di implosione non voluta della moneta unica – il ministro delle Politiche Europee Paolo Savona sta lavorando invece a un importante Piano A. Si tratta – secondo quanto rivela Il Messaggero a firma di Andrea Bassi – di una grande proposta di riforma di tutta la governance europea che l’Italia – togliendo finalmente il monopolio dell’iniziativa a Germania e Francia – intende portare al tavolo di Bruxelles. Il documento che, si legge nell’articolo, è stato recapitato sul tavolo del premier Conte, dei vicepremier Di Maio e Salvini e di tutti i ministri, affinchè ciascuno possa ragionarci avanzando le proprie considerazioni,  <conterrebbe molte delle idee dell’economista sardo, a cominciare dalla necessità di realizzare la premesse del Trattato di Lisbona, basato su una crescita economica equilibrata, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che miri alla piena occupazione e al progresso sociale>. Secondo Savona questo si può ottenere con politiche che riguardano <anche la domanda aggregata e non solo, come fatto fino ad oggi, l’offerta, attraverso riforme basate sull’austerità>.

Come ha spiegato in un suo recente intervento in Parlamento, Savona ritiene indispensabile tornare investire. E, se, possibile archiviare vincoli come quello del 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Settore principale del rilancio economico – nella visione del ministro sardo – è quello delle costruzioni. Per rilanciarlo Savona propone di consentire agli stati membri di spendere una cifra equivalente a quella del proprio surplus commerciale. Per l’Italia si tratta di 50 miliardi di euro. Inoltre, l’autorevole economista già collaboratore stretto di Guido Carli durante la stesura del Trattato di Maastricht, considera importante dotare la Banca Centrale Europea di uno <statuto simile a quello delle altre banche centrali>. In questo modo la Bce potrebbe operare da prestatore di ultima istanza e potrebbe manovrare la leva del cambio. Infine, in Piano A di Savona prevede anche la creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado, per insegnare la storia e delle materie comunitarie ma anche per lasciare il dovuto approfondimento alle diversità nazionali.

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Il politologo tedesco Claus Offe ammette: ‘Questo euro è divisivo e penalizza il Sud Europa’

di Angelo Polimeno Bottai

<L’Unione monetaria è divisiva: alcuni paesi vincono, altri perdono e il divario si allarga>. A pronunciare queste parole non è un nemico della Germania, ma il tedesco Claus Offe. Non è un politicante populista incolto, perché Offe è uno degli intellettuali più importanti della Repubblica Federale, già professore all’Università Humboldt di Berlino e oggi docente di sociologia politica all’Università Hertie School of Governance della capitale tedesca. E inoltre la sua intervista del 6 luglio non appare su un piccolo quotidiano rivoluzionario ma sul Corriere della Sera e non è è firmata da un giornalista rampante a caccia di scoop, ma da Maurizio Ferrera, professore ordinario di Scienza Politica alla facoltà di ScienzePolitiche, Economiche e Sociali dell’Università di Milano.

<L’euro – spiega Offe – lega le mani del Paesi del Sud, che sono costretti ad adattarsi alle sfide della competitività attraverso svalutazioni ‘interne’, ossia comprimendo i salari e le spese sociali. Ma ciò rischia di essere dannoso per la crescita, l’occupazione e la riduzione del debito pubblico attraverso il cosiddetto dividendo fiscale>. L’intellettuale tedesco sottolinea che la conseguenza di questo stato di cose è che <le condizioni di vita delle famiglie sono marcatamente peggiorate, dando origine a un malcontento e a una protesta sempre più rabbiosa, anche se spesso mal indirizzata>. Questo, perché, continua a spiegare Offe, <i paesi perdenti non possono più stabilire un loro specifico obiettivo di inflazione, ora fissato dalla Bce. Allo stesso tempo, i bassissimi tassi di interesse, anch’essi determinati dalla Bce, avvantaggiano i Paesi vincitori rendendo meno costoso il loro debito pubblico>.

Un esempio? Dal 2007 ad oggi – dice il professore della Hertie School –  la Germania <ha risparmiato 294 miliardi di euro di interessi sul debito, una cifra che vale quanto un intero anno di spese federale>. Non è tutto. I paesi vincitori godono di un altro vantaggio. Il cambio fisso dell’euro <funziona come sussidio alle loro esportazioni>. Dunque, osserva Offe, <non stupisce che la Germania non mostri alcuna inclinazione a condividere i frutti che le regole dell’euro hanno generato per la propria economia con quei Paesi che invece da queste stesse regole sono stati indirettamente penalizzati>.

Con apprezzabile onestà intellettuale, Offe afferma dunque che <durante la crisi la Germania ha largamente abdicato alle proprie responsabilità in Europa e per l’Europa. Ha cercato di imporre il proprio modello economico e sociale, in base a quella che definirei la teoria dei vasi di fiori. Le regole che hanno funzionato così bene a casa nostra – così la predica tedesca – sarebbero vantaggiose anche per voi se solo foste in grado di rispettarle, come peraltro vi chiede la Ue>. Tesi sbagliata, conclude l’autorevole intellettuale tedesco, <perché ignora o nega l’interdipendenza sistemica: la Germania è la Germania perché ha potuto trarre vantaggi, senza condividerli, dal sistema Ue e dalle interdipendenze fra Paesi. L’opposto dei vasi separati>.

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Il Comitato Interministeriale sposa la linea Savona: ‘L’Italia operi innanzitutto in favore della crescita’

di Angelo Polimeno Bottai 

<Avanti con un’azione che tenga in stretta connessione l’architettura istituzionale e politiche di stabilità crescita>.  Questo quanto deciso dal governo nel corso della prima riunione del Comitato interministeriale dedicato alle questioni comunitarie e presieduto dal ministro agli Affari Europei, Paolo Savona. Al tavolo, presenti anche i due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i ministri dell’Economia Giovanni Tria (a sinistra della foto e con a fianco Savona, delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno e delle Regioni Erika Stefani.

Savona ha illustrato i temi che verranno presentati alle Commissioni delle Politiche europee di Camera e Senato il 10 luglio. E’ stato deciso all’unanimità di intraprendere iniziative che permettano <una stretta connessione tra l’architettura istituzionale e le politiche di stabilita’ e di crescita sulle quali occorre operare se si vuole che il mercato comune e l’euro sopravvivano sul piano del consenso politico che trae alimento nella crescita del benessere economico e sociale dei paesi-membri>. In particolare <di assicurare la realizzazione di investimenti pubblici che abbiano il duplice scopo di innalzare l’attuale insoddisfacente saggio di crescita reale e avviare la rimozione dei dualismi di produttività esistenti che minano lo sviluppo socio-economico e la stessa efficacia della politica monetaria comune.

 

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Savona: ‘Italia solida. Gli attacchi al debito pubblico conseguenza di gravi lacune europee’

di Angelo Polimeno Bottai

<Il debito pubblico italiano ha dietro un ingente patrimonio pubblico e privato nell’ordine dei 7 mila miliardi di euro, una propensione al risparmio delle famiglie comparativamente elevata rispetto all’Europa e una solida economia con una componente di rilievo capace di affermarsi nella competizione internazionale>. Affermazioni del ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, intervenuto alla Camera in aula alla Camera per esprimere i pareri del governo sulle risoluzioni presentate in seguito alle comunicazioni del premier Conte in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 a Bruxelles.

<Se nonostante ciò – aggiunge  – la democrazia italiana fosse esposta come già accaduto a gravi attacchi speculativi sul nostro debito pubblico non sarebbe l’effetto delle condizioni della sua sostenibilita ma di un’architettura europea con gravi lacune, la più grave delle quali è che non dispone degli strumenti consueti per una banca centrale. Gli strumenti alternativi finora proposti, discussi nel prossimo Consiglio per ovviare all’assenza di un prestatore di ultima istanza che contrastri la speculazione e per dotare l’Ue di un assetto istituzionale che affronti le crisi strutturali – osserva Savona – non appaiono adeguati nei tempi di reazione sempre lenti e nella dimensione necessaria sempre scarsa. Siamo fiduciosi che lo diventeranno e il governo opererà in tal senso>.

Savona – economista di primissimo piano, europeista convinto e descritto come euroscettico da coloro che in realtà, da anni, favoriscono politiche comunitarie sbagliate e che indeboliscono non solo l’Italia ma l’intera Unione  – spiega che a suo avviso lo Statuto della BCE deve essere adeguato negli obiettivi e negli strumenti assegnati a quello di cui dispongono le principali banche centrali. <Draghi – dice nel messaggio inviato in occasione della presentazione del rapporto Centro Studi Confindustria  – ha fatto un ottimo lavoro nei limiti del mandato assegnato alla BCE, ma i poteri di cui avrebbe dovuto disporre richiedono di essere rafforzati. Occorre – sottolinea – affrontare i problemi in discussione a Bruxelles uscendo dal contingente e inquadrandoli nella necessità e urgenza di mutamenti dell’architettura istituzionale dell’Ue>.

Il ministro scrice inoltre di condividere la valutazione secondo la quale l’impianto iniziale dell’euro non teneva conto nè della non ottimalità dell’euroarea né dei modi per difendersi dagli shock esterni. E ricorda che i proponenti della attuale linea politica sull’euro ritennero che <il mercato comune operante entro vincoli fiscali posti al livello del deficit e del debito pubblico e che una politica monetaria autonoma avrebbero consentito il superamento della non ottimalità dell’euroarea> e che tuttavia <costoro rifuggono dal dovere di suggerire le soluzioni avanzando argomenti speciosi, paure e minacce di crisi incombenti. Pertanto se queste crisi si manifestassero, sarebbe la conferma dell’esistenza di difetti di architettura istituzionale europea>.

Nell’intervento alla Camera Savona afferma inoltre che <anche se può apparire enfatico, il governo sta scrivendo una nuova storia, conducendo una battaglia civile. Non opera per la cronaca, questa può anche esserci avversa, ma sarà costretta a riflettere sulle iniziative che stiamo intraprendendo per conciliare l’architettura istituzionale dell’Unione europea con la politica che riteniamo necessaria per un’Europa diversa, più forte e più equa un obiettivo del programma di governo. Per questo dobbiamo però districarci dal contingente delle proposte in discussione nelle sedi comunitarie per integrarle con la nostra visione del futuro, sulla quale il Parlamento verrà interpellato>.

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Ora che la Bce sta per esaurire l’acquisto di titoli di Stato la politica italiana cancelli il folle divorzio Bankitalia-Tesoro

 

di Angelo Polimeno Bottai*

L’annuncio era ormai atteso. Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha reso nota la tabella di marcia finale del Quantitative Easing (QE), ovvero dell’acquisto di titoli di stato dei paesi europei da parte della stessa Bce. Si tratta di un provvedimento che, negli ultimi anni, ha permesso all’eurozona di affrontare una fase economica molto difficile e che, secondo lo stesso Draghi, ha cresciuto il pil medio di quest’area di quasi due punti percentuali (1,9). Il numero uno dell’Istituto centrale che ha sede a Francoforte ha anche assicurato che, qualora ve ne fosse bisogno, la Bce non avrebbe problemi a ripristinare il QE. La speranza, ovviamente, è che non si presenti questa necessità. Tuttavia, il venir meno di tale aiuto, è evidente che costringa tutti i Paesi dell’euro a fare i conti con loro stessi. Soprattutto quelli, come l’Italia, in maggiore difficoltà per colpa di un pesante debito pubblico. E’ pronto il nostro Paese a far fronte a questa nuova situazione? Se ne discute abbastanza, anche sui media? EURECA ha l’impressione di no. E cerca di dare il suo contributo. Lo fa chiamando la politica a rispondere a una domanda precisa: non è forse il caso di rimediare al famoso <divorzio> tra il Tesoro e la Banca d’Italia? Si tratta – per chi non lo rammenta – dell’ assurda (per non dire folle o peggio ancora) iniziativa con la quale, nel 1981 l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora Governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi (insieme nella foto)  volendo differenziare l’Italia da tutti i paesi sviluppati e condizionati da un pregiudizio ideologico morale sul proprio Paese, considerato da loro irrimediabilmente corrotto – ebbero la bellissima idea di impedire alla nostra Banca centrale di acquistare i titoli di stato del Tesoro rimasti invenduti sul mercato. Da quel momento in poi, lo Stato, per avere quei fondi necessari a coprire la spesa corrente, è stato costretto a rimettere sul mercato i suoi titoli con un tasso di interesse sempre più alto. Chi non ricorda gli interessi sui Bot arrivati a superare la soglia del 20 per cento? La conseguenza di questa mossa suicida è stata il crescente e vertiginoso indebitamento del nostro Paese. Tutti oggi puntano l’indice sull’enorme debito pubblico italiano, ma nessuno – tantomeno certi ambienti politici vicini a Andreatta e Ciampi – ricordano che il problema nasce proprio con quel ‘divorzio’. Si pensi che nel 1981 il debito pubblico era del 57,5 per cento (oggi saremmo un paese modello dell’UE) e che solo 11 anni dopo, nel 1992 era schizzato al 105 per cento. Praticamente il doppio. Dunque, dopo aver ipocritamente permesso alla Bce di fare quello che abbiamo vietato di fare alla nostra Banca centrale, non sarebbe il caso di rimediare a quel gravissimo errore e di eliminare il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro? Aspettiamo risposte.

 

  • Presidente di EURECA

 

 

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Bene il governo Conte che annulla la visita in Francia. Ora l’Italia si faccia rispettare anche a Bruxelles

L’Italia respinge al mittente le accuse francesi e, con una iniziativa con pochi precedenti, decide di annullare la visita del premier Conte al presidente Macron. Una decisione inevitabile, ma per nulla scontata visto che negli ultimi anni i nostri governi hanno sempre deciso di subire passivamente le prevaricazioni di altri stati. E’ successo con l’India per i due marò, con l’Egitto per il caso Regeni, con diversi paesi europei che hanno lasciato solo il nostro Paese sul problema migranti, con l’Unione Europea che non ha mancato di interferire pesantemente nella nostra politica interna, auspicando addirittura la vittoria di alcuni partiti e la sconfitta di altri. Ora basta. Così ha detto il nuovo governo italiano. E non si tratta di nazionalismo. ne’ di spirito antieuropeo. Al contrario, il rispetto reciproco è premessa indispensabile per costruire un’Europa equilibrata e positiva. Ecco la nota diffusa da Palazzo Chigi:

<Le dichiarazioni intorno alla vicenda Aquarius che arrivano dalla Francia sono sorprendenti e denunciano una grave mancanza di informazioni su ciò che sta realmente accadendo. L’Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall’altra parte. Il governo italiano non ha mai abbandonato o lasciato sole le quasi 700 persone a bordo dell’Aquarius. La nave è stata fin da subito affiancata da due motovedette che hanno offerto tutto il supporto necessario. L’Italia ha anche offeryo la possibilità di fare scendere dalla nave le donne in stato di gravidanza, i bambini e chiunque avesse bisogno di cure, ma da Aquarius è arrivato un rifiuto a conferma  del fatto che a bordo non era in corso alcuna emergenza. Preso atto del rifiuto di malta a collaborare e a permettere lo sbarco delle persone a bordo dell’Aquarius abbiamo accolto un inedito gesto di solidarietà arrivato dalla Spagna. Lo stesso gesto non è arrivato invece dalla Francia, che, anzi, ha più volte adottato politiche ben più rigide e ciniche in materia di accoglienza: Si ricorda che due navi italiane si sono occupate del trasbordo dei migranti all’Aquarius e le stesse li accompagneranno in tutta sicurezza a Valencia. L’Italia ancora una volta si è assunta le sue responsabilità e ha garantito la sicurezza di uomini, donne e bambini mettendo in campo azioni concrete. Agli altri nostri alleati lasciamo le parole>.

EURECA, che non guarda al colore politici dei governi italiani ma valuta le loro scelte, si complimenta con l’esecutivo Conte per questa ferma e al tempo stesso civile presa di posizione nei confronti della Francia. Questa è la strada: pretendere rispetto da tutta l’Europa. Vale in tema di immigrazione. Dovrà valere anche ai tavoli dell’UE dedicati al rispetto dei Trattati e alla formulazione delle regole economico-monetarie.

Antonio Tajani, Angela Merkel

Tajani scuote il Consiglio Europeo: ‘Questa politica fa il gioco dei populisti’

Finalmente l’UE ha un leader che pur essendo di sicura fede europeista ha la sensibilità politica, e il coraggio, di avvisare i naviganti che andando avanti su questa rotta l’Unione Europea accrescerà sempre più la forza e il sostegno elettorale dei cosiddetti populisti. Quel leader si chiama Antonio Tajani, presiede il Parlamento europeo, e dopo aver fatto presente a Merkel e Macron che è inutile sorprendersi del risultato elettorale in Italia se non si capisce che in gran parte è conseguenza delle scelte sbagliate – su immigrazione, occupazione e crescita economica – adottate da diversi anni a questa parte dalla Ue, ha ripetuto il suo monito anche davanti al Consiglio Europeo del 22 marzo a Bruxelles. <I cittadini europei – ha detto – aspettano da troppo tempo risposte sulla gestione dei flussi migratori. Risposte arrivate solo in parte. Senza una strategia Ue da attuare già nelle prossime settimane, continueremo a gonfiare le vele populiste, come dimostrano anche i risultati delle elezioni in Italia. Il Parlamento europeo – ha aggiunto – già a novembre 2017 ha adottato la sua proposta di riforma dell’asilo per renderlo più efficace, armonico, equo e solidale e chiedendo al Consiglio di non rimandare una sua presa di posizione. Se necessario anche a maggioranza qualificata>.

Tajani ha poi parlato dell’invito rivolto dal fondatore di Facebook a venire davanti all’Europarlamento per chiarire il possibile utilizzo da parte di Cambridge Analityca, mentre sui dazi ha ricordato che l’Assemblea Ue ha già espresso preoccupazione, ma che il vero problema è la sovraccapacità cinese e le pratiche sleali utilizzate per scaricarla su altri paesi. <Stati Uniti e Unione Europea – ha detto Tajani – invece di dar vita a una pericolosa escalation dovrebbero far fronte comune su questo problema>.

 

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Caso EMA, Tajani vuole vederci chiaro: ‘Junker consegni i documenti secretati’

Il caso della sede EMA, l’agenzia europea del farmaco che attrarverso il sorteggio è stata assegnata all’Olanda (e non all’Italia), ma che questa non sembra essere nelle condizioni di ospitare nei tempi e nei modi in cui si era impegnata a fare, diventa una vicenda sempre più scottante. Tanto che il Presidente del Parlamento europeo vuole vederci chiaro. Antonio Tajani scrive una lettera di accusa al presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean Claude Junker, e apre di fatto un duro scontro istituzionale. Tajani contesta a Junker di non aver assolto nei migliore dei modi al suo dovere di controllare, verificare, valutare i requisiti della richiesta olandese. E gli chiede di consegnare al Parlamento europeo tutti i dettagli dell’offerta di Amsterdam per ospitare l’agenzia e le relative valutazioni espresse dalla Commissione. La richiesta riguarda esplicitamente anche le parti confidenziali. I sospetti sono concentrati sulla discussa procedura di selezione delle 19 città che avevano avanzato la loro candidatura prima che si arrivasse all’esito finale. E’ cosa nota ormai che in quella occasione – su esplicita richiesta da parte del governo olandese – Junker accettò di secretare parte della documentazione consegnata dall’Olanda. In questo modo – secondo i critici dell’operazione – sarebbe stata occultata la difficoltà della città scandinava di rispettare i tempi previsti  – fine marzo 2019 – per garantire il trasferimento dell’EMA dal Regno Unito. Oltre a cio’, la Commissione Junker viene accusata di non aver controllato la veridicità delle proposte delle città in gara, favorendo di conseguenza quelle con i requisiti peggiori.

Nella sua lettera, Tajani precisa di attendere da parte della Commissione <una informazione completa e accurata della selezione del luogo proposto> perchè <è necessaria per consentire al Parlamento di deliberare sull’argomento>. Infatti, il voto dell’Assemblea di Strasburgo è previsto nella prossima sessione di marzo.

L’iniziativa del Presidente dell’Europarlamento si presta a due importanti considerazioni. La prima riguarda proprio il modo – da vero rappresentante di un’istituzione che deve essere democratica – con il quale Tajani sta interpretando la sua carica di presidente dell’Europarlamento. Primo compito di un’Assemblea popolare, lo ricordiamo, è quello di controllare l’operato del governo. In questo caso, la Commissione. E il fatto che Tajani, in Europa, appartenga alla stessa famiglia di Junker, il PPE, non gli impedisce assolutamente di fare il suo dovere. La seconda considerazione riguarda il problema, ogni giorno più evidente, della mancanza di democrazia e di trasparenza nella nuova Europa. Diciamo nuova riferendoci espressamente all’Unione Europea, perchè la Cee era invece realmente democratica e rispettosa dei singoli stati membri. Il caso EMA – dove si assegna la sede di un’agenzia così importante secretando i documenti di una delle città in gara – somiglia molto ad altri casi, in altri contesti e laddove Trattati Europei approvati da tutti i parlamenti nazionali e dai cittadini sono stati stravolti da norme sottoscritte dai soli capi di governo.