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Theresa May: ‘I cittadini Ue potranno restare nel Regno Unito’

‘I cittadini europei che vivono e lavorano nel Regno Unito vedranno garantiti i loro diritti’. Parola del premier britannico Theresa May, che per garantire questo chiede all’Europa di accelerare il negoziato sulla Brexit. Londra e Bruxelles, infatti, nelle prossime settimane dovranno mettere a punto dei “piani ambiziosi” nel negoziato sulla Brexit e in particolare – dice l’inquilina di Downing Street – ‘voglio vedere un’urgenza nel raggiungimento di un accordo sui diritti degli europei’. May ha affrontato il tema al suo arrivo al vertice Ue di Bruxelles. ‘Uomini e donne Ue che sono venuti a vivere nel Regno Unito – ha sottolineato – hanno offerto un contributo enorme al nostro Paese, e vogliamo che loro, e le loro famiglie, rimangano. Voglio rassicurargli, informandoli del fatto che siamo vicinissimi a un accordo per garantire i diritti di circa 3 milioni di queste persone. Questa intesa – ha aggiunto – non solo garantirà la certezza della residenza, ma anche delle cure sanitarie, delle pensioni e di altri benefici. Significa quindi che i cittadini Ue che hanno pagato il sistema britannico – e i cittadini britannici che hanno pagato nell’Ue – possono trarre vantaggio da tutto questo. Ciò – ha proseguito la May – consentirà alla famiglie che hanno costruito la propria vita nell’Ue e nel Regno Unito di restare insieme. E questo darà garanzie che i diritti di quei cittadini britannici residenti nell’Ue e dei cittadini dell’Ue residenti nel Regno Unito non si disferanno nel tempo. Quello che ci manca – ha detto ancora la May – è un piccolo numeri di punti importanti da finalizzare. So che molti temono che restare nel Regno Unito potra’ richiedere il passaggio attraverso un percorso complicato, con molti ostacoli burocratici da superare. Anche su questo voglio fornire rassicurazioni. Stiamo elaborando un processo digitale molto snello per quelli che chiederanno in futuro uno status permanente nel Regno Unito. Questo processo sarà disegnato tenendo in conto le esigenze degli utenti, che saranno coinvolti in ogni passaggio. Cercheremo di tenere il costo basso, non più alto del costo di un passaporto britannico. I criteri applicati saranno semplici, trasparenti e rigorosamente conformi all’accordo. Le persone che lo attiveranno non dovranno rispondere di ogni viaggio in entrata e in uscita dal Regno Unito e non dovranno più dimostrare un’assicurazione sanitaria come attualmente è. E questo varra’ soprattuto per i cittadini europei che hanno il permesso di residenza nel Regno Unito’.

Valdis-Dombrovskis-EU-Vicepresident-Source-Bloomberg

Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase . Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

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Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase <per inserire il FC nel quadro legislativo europeo la Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre>. Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

 

CATALOGNA

Perchè l’Unione Europea è un incentivo alla secessione come in Catalogna

Sul Corriere della Sera di oggi, 1 ottobre, Antonio Politico, solitamente schierato tra coloro che difendono la costruzione dell’Unione Europea, si esercita invece in una critica tanto severa, quanto lucida, dell’Ue. L’occasione è lo scontro, lacerante, in atto in Spagna tra la catalogna, che rivendica l’indipendenza si appresta a svolgere un referendum e il governo centrale di madrid che invece vieta lo svolgimento della consultazione e nega alla più ricca regione del Paese il diritto di andare per la sua strada. Scrive Polito: <La revanche di sentimenti indipendentisti è paradossalmente un effetto del successo dell’integrazione europea, e non sarebbe possibile se l’Unione non esistesse. Pochi catalani, scozzesi o fiamminghi, se la sentirebbero di avventurarsi per il mondo con il passaporto e il mercato che la loro piccola patria potrebbe offrire. Ma se invece trovano posto in un contenitore di nazionalità più ampio della Spagna o del Regno Unito o del Belgio, capace di proteggerli meglio economicamente e di garantire di più le loro differenze, perché mai restare dentro i vecchi confini, imposti dal vicino più forte e talvolta più arrogante? (…) Però – aggiunge Polito – quel nuovo contenitore multinazionale, tanto annunciato e predicato, nella realtà non c’è, è rimasto un miraggio. Si spiega così il grande imbarazzo con cui l’UE  assiste allo scontro tra Madrid e Barcellona. E’ come se sis fosse voltata dall’altra parte, per non vedere. (….) Se l’Europa fosse  schiettamente confederale, un’unione di Stati, difenderebbe con più energia lo Stato spagnolo da una pretesa secessionista, togliendo ai catalani ogni illusione di poter essere accolti dopo una così traumatica rottura. Ma siccome l’UE ha nel suo dna il sogno federale di un’unione tra popoli, non se la sente di condannare apertamente di indipendentisti. Anzi, arriva a flirtare con loro quando le conviene, come ha fatto con gli scozzesi, a mo’ di rivalsa per la Brexit>. Non è tutto. Nello stesso articolo, l’autore racconta di come quest’estate abbia attraversato in autostrada  la frontiera franco-spagnola senza trovare alcun controllo. Peccato – osserva – che solo due giorni prima <un commando di terroristi aveva sconvolto Barcellona e la Catalogna, e tutti i media segnalavano il rischio che l’attentatore della Ramblas e suoi complici potessero scappare in Francia per sfuggire alla caccia all’uomo>. Pertanto, osserva ancora Polito: <Abbiamo indebolito lo Stato nazionale, annunciando che le frontiere interne non esistevano più, ma non è mai arrivato lo Stato  multinazionale, dotato di una polizia federale e di una procura antiterrorismo, che potrebbe sostituirlo>.

Come non condividere considerazioni così evidenti, oseremmo dire incontestabili. A queste, ne aggiungiamo altre due. La prima riguarda l’introduzione dell’euro. Prima di quel momento, ovvero finchè esistevano le monete nazionali, le regioni ricche, che pure in ragione del loro diffuso benessere offrivano un maggior contributo ai bisogni nazionali, indirettamente traevano però anche importanti vantaggi dalla debolezza delle regioni meno ricche. Ogni divisa nazionale (pesos, lira, franco ecc), infatti, veniva quotata suoi mercati valutari in funzione delle condizioni di salute di tutto il paese.  Continuando a prendere la Spagna come esempio, questo significa che, se tutto il Paese fosse stato ricco come la Catalogna, sul mercato dei cambi il pesos avrebbe avuto una quotazione più alta e, di conseguenza, le esportazioni dei prodotti della ricca Catalogna avrebbero faticato di più a conquistare i mercati esteri. Dunque, grazie a questo meccanismo, quando non c’era l’euro, la Catalogna otteneva onori e oneri (economici). Con l’introduzione della moneta unica, invece, gli oneri sono rimasti – nel senso che la Catalogna continua a contribuire ai bisogni nazionali in misura maggiore di altre regioni spagnole meno ricche – mentre gli onori sono scomparsi. Nel senso che ha perso il vantaggio di avere una moneta più debole, in quanto il valore dell’euro sui mercati valutari non è più la sintesi delle condizione di salute delle regioni spagnole, ma lo è di un territorio – i paesi della zona Euro – ben più ampio. Pertanto, ottenendo l’indipendenza, le regioni ricche non devono più <mantenere> quelle più povere e in tasca si ritrovano egualmente una moneta stabile, l’euro, appunto.

Altro tema, importantissimo, è quello della sovranità dei singoli Stati nazionali. Pensare di cederne alcune parti, come è già successo, non è di per se un delitto. Pensiamo ad esempio alla Nato e alla cessione di sovranità in tema di difesa che l’Italia, a suo tempo, ha deciso di fare. Non vi è dubbio che quella rinuncia sia avvenuta nei confronti di un’organizzazione militare con finalità e compiti bene definiti e che questa scelta abbia garantito all’Italia uno scudo militare di cui altrimenti, da sola, non si sarebbe mai potuta dotare. Altra cosa, però, è cedere la sovranità a un’organizzazione internazionale, che nel nostro caso dovrebbe essere addirittura un sovrastato, che in realtà non c’è, dove non esiste la certezza del diritto, dove i Trattati, ovvero la carta costituzionale, vengono spesso e volentieri stravolti da norme di rango inferiore mai approvate da nessun parlamento, Questo è più che un delitto. E’ alto tradimento verso lo Stato cui si appartiene.

voto GERMANIA

Merkel rivaluta i populisti: ‘Talvolta indicano problemi che occorre risolvere’

<Ci sono problemi evidenziati dalla politica populista. E laddove si presentano problemi, questi vanno risolti>.  Qualcuno, in Italia, stenterà a crederci ma queste sono parole pronunciate da Angela Merkel.  La cancelliera tedesca, uscita vincitrice ma fortemente ridimensionata dalle urne in Germania, non ha paura a riconoscere che, tra le critiche avanzate dalle forze cosiddette populiste, ce ne sono alcune assolutamente fondate e che, se la Cdu vuole tornare ai livelli di qualche mese fa, deve risolverli.  Merkel dice anche con chiarezza quali sono i settori di intervento: <Si tratta – dice – di integrazione, immigrazione illegale, assistenza medica nei territori rurali>.

Il tempo, dunque, è galantuomo. Lo è nel senso che, se è vero che alcune forze antieuro hanno proposto negli anni soluzioni impraticabili, o addirittura avventurose –  ad esempio l’abbandono della moneta unica senza un piano economico credibile alternativo – è anche vero che in alcuni casi, invece, questi partiti hanno avuto il merito di dare voce in parlamento a un’insofferenza reale della popolazione, che – ad esempio in tema di immigrazione – si sente minacciata nella sua sicurezza, penalizzata sul lavoro, discriminata nelle politiche sociali. Ma in Italia c’è una Merkel? C’è un leader degno di questo nome che invece di affidarsi a una facile propaganda antipopulista si ponga il problema di salvaguardare la democrazia e dunque di dare ascolto al grido di allarme, sempre più forte, che parte dai cittadini? Al momento, purtroppo non ne vediamo. Assistiamo invece a un infantile  rincorsa a commentare, ciascuno secondo i propri comodi, i risultati che arrivano dalle elezioni degli altri paesi Ue. In Francia vince Macron? Ecco che politici e mass media italiani gridano alla rinascita dell’Europa e alla fine dei populismi. Poche settimane dopo in Germania le forze di governo si indeboliscono e l’estrema destra anti mediterranea entra in Parlamento come terza forza? Ecco che sale invece il grido di gioia di chi annuncia la fine dell’Unione Europea. Chiacchere in libertà. Commenti inutili e che sembrano avere la sola funzione di nascondere la totale assenza italiana sulle vere problematiche dell’Ue, sul suo ruolo, su come contribuire concretamente a cambiare l’Ue in senso democratico. La verità è che nessuno, al momento, sa dove andrà l’Europa nei prossimi anni. Se, finalmente uscirà dall’impasse o se, al contrario, vedrà aggravarsi la sua crisi. A nostro avviso, nel frattempo, invece di limitarsi al ruolo di tifoso ora di una parte, ora dell’altra, l’Italia deve impegnarsi per contribuire a rendere l’Europa più democratica, passaggio inevitabile per farla sopravvivere. Un esempio concreto. Entro quest’anno i parlamenti dei paesi Ue dovrebbero votare sull’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati europei. L’aria che tira, e le tante conseguenze negative provocate da questa legge che ha fatto aumentare la disoccupazione, chiudere molte imprese, tagliare le pensioni, dice che difficilmente l’esito potrebbe essere positivo. Per questa ragione – così si sussurra in maniera sempre più insistente a Bruxelles – l’Ue, ancora una volta, potrebbe essere tentata dall’inserire il FC nel diritto europeo senza chiedere il via libera di nessuno parlamento nazionale, e ricorrendo per esempio a un semplice regolamento. <Aum, aum>, si direbbe a Napoli. Ma questa, appunto, non è democrazia. Ma su queste basi come è immaginabile aprire una discussione per rafforzare l’integrazione, prevedere nuove cessioni di sovranità da parte degli Stati membri, dotarsi di un ministro delle finanze comuni? Impossibile. L’Italia, dunque, se davvero ci tiene all’Europa, denunci la procedura con la quale, da anni e anni, i Trattati europei, ovvero la Costituzione dell’Ue, vengono cambiati con leggi di rango inferiore o addirittura estranee al diritto europeo.  Così sì che il nostro Paese acquisirebbe un ruolo significato. Noi di EURECA, nel nostro piccolo, siamo pronti a fare la nostra parte. La nostra class action popolare contro il Fiscal Compact è sulla rampa di lancio. Qualunque cittadino voglia aderire può scriverci a info@assoeureca.eu.

 

 

Representatives of Canada and the EU shake hands

Il CETA entra in vigore: luci e ombre dell’intesa UE-Canada

Da oggi, 21 settembre, sia pure a titolo provvisorio, entra in  vigore l’accordo economico e commerciale globale (Ceta) tra l’Ue e il Canada. Secondo Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, <l’accordo rispecchia perfettamente la nostra idea di politica commerciale: uno strumento atto a stimolare la crescita che apporta benefici alle imprese e ai cittadini europei, ma in grado anche di trasmettere i nostri valori, di gestire correttamente la globalizzazione e di plasmare le regole del commercio globale. L’approfondito controllo parlamentare cui l’accordo è stato sottoposto testimonia il crescente interesse dei cittadini nei confronti della politica commerciale. Gli intensi scambi che hanno caratterizzato l’intero iter dell’accordo attestano la natura democratica del processo decisionale europeo. Auspico che gli Stati membri conducano una discussione approfondita nel contesto dei processi di ratifica dell’accordo in corso a livello nazionale. Per le nostre imprese e per i nostri cittadini è  giunto il momento di cogliere tale opportunità ; ognuno deve poter constatare che la nostra politica commerciale e’ in grado di apportare vantaggi concreti per tutti>.

Dice Cecilia Malmstrom, commissaria responsabile per il Commercio: <Per i nostri esportatori la situazione sta per cambiare. L’entrata in vigore a titolo provvisorio dell’accordo consente alle imprese e ai cittadini dell’Ue di iniziare da subito a cogliere i vantaggi che offre. Per l’economia globale si tratta di un segnale positivo in grado di favorire la crescita economica e l’occupazione. Il Ceta è un accordo moderno e innovativo che sottolinea il nostro impegno a favore di un commercio libero ed equo fondato su valori e contribuisce a plasmare la globalizzazione e le regole che disciplinano il commercio globale. Il Ceta sottolinea inoltre il nostro fermo impegno a favore dello sviluppo sostenibile e tutela la capacità dei nostri governi di legiferare nell’interesse pubblico. In più l’accordo rafforza considerevolmente le nostre relazioni con il Canada, un partner e alleato strategico con cui condividiamo profondi legami storici e culturali>.  L’applicazione a titolo provvisorio del Ceta a partire da oggi segue all’approvazione dell’accordo da parte degli Stati membri dell’Ue, espressa in seno al Consiglio, e da parte del Parlamento europeo. L’accordo entrerà però in vigore pienamente e in via definitiva solo quando tutti gli Stati membri dell’Ue lo avranno ratificato. La Commissione, si legge in una nota, collaborerà con gli Stati membri dell’Ue e con il Canada per garantire un’attuazione agevole ed efficace dell’accordo.

Vediamo quali sono i principali contenuti dell’intesa. L’accordo, secondo la Commissione europea e gli altri sostenitori, consentirà alle imprese dell’Ue di risparmiare 590 milioni di euro l’anno, attualmente pagati per dazi doganali su merci esportate in Canada. Eliminerà i dazi su 98% dei prodotti (linee tariffarie) commercializzati dall’Ue con il Canada. L’accordo fornisce inoltre alle imprese dell’Ue la migliore opportunità  mai offerta a societa’ non canadesi di partecipare alle gare d’appalto del paese, non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale. L’accordo apporterà vantaggi in particolare alle piccole imprese, che meno di tutte possono farsi carico dei costi della burocrazia connessi all’esportazione in Canada. Le piccole imprese risparmieranno tempo e denaro, ad esempio evitando la duplicazione delle prove sui prodotti, lunghe procedure doganali e costose spese legali. I nemici dell’accordo, in Italia, avanzano quattro contestazioni.

1)I  marchi tipici europei vengono sì tutelati, ma come controparte dal Canada inizieranno ad arrivare prodotti simil-equivalenti a costi molto inferiori che non rispettano gli standard produttivi di qualità previsti dalle leggi UE. Inoltre, sul mercato verranno immessi prodotti a prezzi molto bassi che arrecheranno un danno alle piccole e medie imprese, che sono il centro di moltissime economie europee, in primis dell’Italia.

2) Riguardo l’aspetto finanziario, si rischia una seria compromissione della capacità dei governi di controllare le banche ed i mercati finanziari. Il potere bancario, forte di una presenza multinazionale, diventerà così rilevante tale da poter citare in giudizio i singoli stati.

3) L’istituzione del “dispute settlemetnt”. Si tratta di un sistema di “arbitrato”, una sorta di “tribunale privato” (con caratteristiche molto simili a quello presente nel World Trade Organization), che consente ad aziende di appellarsi contro gli stati in caso di una presunta o mancata applicazione del trattato o di una violazione di esso. Perché se è vero che il CETA all’interno delle sue premesse riconosce agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità, dall’altro lato le multinazionali interessate possono appellarsi per far valere il proprio diritto a commerciare il proprio prodotto o servizio appigliandosi a questo o quel cavillo per contrastare la legge nazionale e tutelare i propri profitti.

4) Ci saranno problemi di impatto ambientale: come segnala il The Guardian, un esempio può essere quello dell’importazione delle cosiddette “tar Sands” , ovvero delle sabbie bituminose che sono composte da petrolio, acqua e argilla. Citando il quotidiano britannico “si tratta di uno dei combustibili fossili più pericoloso per l’ambiente, la cui maggior parte delle estrazioni avvengono nella regione di Alberta, in Canada. In Europa ci sono pochissime estrazioni di questo materiale, ma le cose stanno cambiando. Quando l’Europa ha chiesto regole restrittive sull’importazione delle sabbie sul suo territorio, il Canada voleva utilizzare ciò per bloccare immediatamente i negoziati sul trattato”. Con l’approvazione del CETA anche in Europa potrebbe aumentare la disastrosa estrazione delle tar sands, con conseguenze gravissime riguardo il Cambiamento Climatico e l’innalzamento delle temperature mondiali, senza considerare i danni alle colture e alla salute dei prodotti agroalimentari dovuti all’introduzione di pesticidi e sostanze che attualmente non sono ammessi in territorio UE.

MAIN-THERESA-MAY

Brexit, Londra pronta a offrire un risarcimento di 20 miliardi

Clima meno teso a Londra. Da una parte si placa lo scontro tra la premier Theresa May e il ministro degli Esteri, Johnson, contrario ad ogni ammorbidimento della linea della trattativa sulla Brexit. E dall’altra, la stessa premier del Regno Unito, nel discorso che terrà venerdi’ 22 settembre a Firenze, la premier potrebbe offrire 20 miliardi per coprire il buco nel bilancio dell’Unione Europea che si
aprirà dopo l’uscita del suo Paese dall’Unione Europea.

European Commission president Jean-Claud

Junker disegna una UE tutta nuova. Ma dimentica la democrazia

Chi ha assistito all’intervento di Jean Claude Junker davanti all’Europarlamento, potrebbe avere avuto la sensazioni di un momento magico per l’Unione Europea. Come se d’incanto tutti i gravissimi problemi – primo fra tutti il rispetto dei più elementari principi democratici – fossero già stati superati.

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EURECA unisce i partiti: no Fiscal Compact nei Trattati UE

Il Fiscal Compact, oltre a imporre la parità di bilancio, e dunque a segnare la fine della politica, è illegittimo e dunque deve restare fuori dai Trattati europei. Questo l'appello che EURECA, Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie, lancia a tutte le forze politiche italiane invitandole a partecipare a un grande convegno-dibattito martedì 1 agosto, ore 16, nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati.
Un invito raccolto da tutti i maggiori partiti - Pd, M5S, Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d'Italia-AN, Mdp-Articolo 1, Sinistra Italiana, Direzione Italia, Civici e Innovatori - che, senza distinzioni tra destra, sinistra e centro, per la prima volta si riuniscono insieme per affrontare un tema di grande interesse nazionale. All'incontro parteciperà anche la CGIL con il dott. Riccardo Sanna. Nell'occasione, EURECA inviterà tutti i presenti a firmare la sua petizione popolare contro l'inserimento del FC nei Trattati UE. Moderato da Donatella Visconti, vicepresidente di EURECA, l'incontro verrà aperto da un video-messaggio dell'economista americano James K. Galbraith, membro del Comitato scientifico di EURECA. E proseguirà con le relazioni di Angelo Polimeno, presidente di Eureca, Giulio Terzi, presidente del Comitato scientifico di EURECA, dell'economista Marcello Minenna e dell'avv. Federico Tedeschini. Quest'ultimo, responsabile legale di EURECA, illustrerà i proivvedimenti che EURECA intende assumere per contrastare le norme illegittime dell'UE. Per assistere all'incontro è indispensabile accreditarsi all'indirizzo info@assoeureca.eu.

 

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