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Il politologo tedesco Claus Offe ammette: ‘Questo euro è divisivo e penalizza il Sud Europa’

di Angelo Polimeno Bottai

<L’Unione monetaria è divisiva: alcuni paesi vincono, altri perdono e il divario si allarga>. A pronunciare queste parole non è un nemico della Germania, ma il tedesco Claus Offe. Non è un politicante populista incolto, perché Offe è uno degli intellettuali più importanti della Repubblica Federale, già professore all’Università Humboldt di Berlino e oggi docente di sociologia politica all’Università Hertie School of Governance della capitale tedesca. E inoltre la sua intervista del 6 luglio non appare su un piccolo quotidiano rivoluzionario ma sul Corriere della Sera e non è è firmata da un giornalista rampante a caccia di scoop, ma da Maurizio Ferrera, professore ordinario di Scienza Politica alla facoltà di ScienzePolitiche, Economiche e Sociali dell’Università di Milano.

<L’euro – spiega Offe – lega le mani del Paesi del Sud, che sono costretti ad adattarsi alle sfide della competitività attraverso svalutazioni ‘interne’, ossia comprimendo i salari e le spese sociali. Ma ciò rischia di essere dannoso per la crescita, l’occupazione e la riduzione del debito pubblico attraverso il cosiddetto dividendo fiscale>. L’intellettuale tedesco sottolinea che la conseguenza di questo stato di cose è che <le condizioni di vita delle famiglie sono marcatamente peggiorate, dando origine a un malcontento e a una protesta sempre più rabbiosa, anche se spesso mal indirizzata>. Questo, perché, continua a spiegare Offe, <i paesi perdenti non possono più stabilire un loro specifico obiettivo di inflazione, ora fissato dalla Bce. Allo stesso tempo, i bassissimi tassi di interesse, anch’essi determinati dalla Bce, avvantaggiano i Paesi vincitori rendendo meno costoso il loro debito pubblico>.

Un esempio? Dal 2007 ad oggi – dice il professore della Hertie School –  la Germania <ha risparmiato 294 miliardi di euro di interessi sul debito, una cifra che vale quanto un intero anno di spese federale>. Non è tutto. I paesi vincitori godono di un altro vantaggio. Il cambio fisso dell’euro <funziona come sussidio alle loro esportazioni>. Dunque, osserva Offe, <non stupisce che la Germania non mostri alcuna inclinazione a condividere i frutti che le regole dell’euro hanno generato per la propria economia con quei Paesi che invece da queste stesse regole sono stati indirettamente penalizzati>.

Con apprezzabile onestà intellettuale, Offe afferma dunque che <durante la crisi la Germania ha largamente abdicato alle proprie responsabilità in Europa e per l’Europa. Ha cercato di imporre il proprio modello economico e sociale, in base a quella che definirei la teoria dei vasi di fiori. Le regole che hanno funzionato così bene a casa nostra – così la predica tedesca – sarebbero vantaggiose anche per voi se solo foste in grado di rispettarle, come peraltro vi chiede la Ue>. Tesi sbagliata, conclude l’autorevole intellettuale tedesco, <perché ignora o nega l’interdipendenza sistemica: la Germania è la Germania perché ha potuto trarre vantaggi, senza condividerli, dal sistema Ue e dalle interdipendenze fra Paesi. L’opposto dei vasi separati>.

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Il Comitato Interministeriale sposa la linea Savona: ‘L’Italia operi innanzitutto in favore della crescita’

di Angelo Polimeno Bottai 

<Avanti con un’azione che tenga in stretta connessione l’architettura istituzionale e politiche di stabilità crescita>.  Questo quanto deciso dal governo nel corso della prima riunione del Comitato interministeriale dedicato alle questioni comunitarie e presieduto dal ministro agli Affari Europei, Paolo Savona. Al tavolo, presenti anche i due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i ministri dell’Economia Giovanni Tria (a sinistra della foto e con a fianco Savona, delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno e delle Regioni Erika Stefani.

Savona ha illustrato i temi che verranno presentati alle Commissioni delle Politiche europee di Camera e Senato il 10 luglio. E’ stato deciso all’unanimità di intraprendere iniziative che permettano <una stretta connessione tra l’architettura istituzionale e le politiche di stabilita’ e di crescita sulle quali occorre operare se si vuole che il mercato comune e l’euro sopravvivano sul piano del consenso politico che trae alimento nella crescita del benessere economico e sociale dei paesi-membri>. In particolare <di assicurare la realizzazione di investimenti pubblici che abbiano il duplice scopo di innalzare l’attuale insoddisfacente saggio di crescita reale e avviare la rimozione dei dualismi di produttività esistenti che minano lo sviluppo socio-economico e la stessa efficacia della politica monetaria comune.

 

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Savona: ‘Italia solida. Gli attacchi al debito pubblico conseguenza di gravi lacune europee’

di Angelo Polimeno Bottai

<Il debito pubblico italiano ha dietro un ingente patrimonio pubblico e privato nell’ordine dei 7 mila miliardi di euro, una propensione al risparmio delle famiglie comparativamente elevata rispetto all’Europa e una solida economia con una componente di rilievo capace di affermarsi nella competizione internazionale>. Affermazioni del ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, intervenuto alla Camera in aula alla Camera per esprimere i pareri del governo sulle risoluzioni presentate in seguito alle comunicazioni del premier Conte in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 a Bruxelles.

<Se nonostante ciò – aggiunge  – la democrazia italiana fosse esposta come già accaduto a gravi attacchi speculativi sul nostro debito pubblico non sarebbe l’effetto delle condizioni della sua sostenibilita ma di un’architettura europea con gravi lacune, la più grave delle quali è che non dispone degli strumenti consueti per una banca centrale. Gli strumenti alternativi finora proposti, discussi nel prossimo Consiglio per ovviare all’assenza di un prestatore di ultima istanza che contrastri la speculazione e per dotare l’Ue di un assetto istituzionale che affronti le crisi strutturali – osserva Savona – non appaiono adeguati nei tempi di reazione sempre lenti e nella dimensione necessaria sempre scarsa. Siamo fiduciosi che lo diventeranno e il governo opererà in tal senso>.

Savona – economista di primissimo piano, europeista convinto e descritto come euroscettico da coloro che in realtà, da anni, favoriscono politiche comunitarie sbagliate e che indeboliscono non solo l’Italia ma l’intera Unione  – spiega che a suo avviso lo Statuto della BCE deve essere adeguato negli obiettivi e negli strumenti assegnati a quello di cui dispongono le principali banche centrali. <Draghi – dice nel messaggio inviato in occasione della presentazione del rapporto Centro Studi Confindustria  – ha fatto un ottimo lavoro nei limiti del mandato assegnato alla BCE, ma i poteri di cui avrebbe dovuto disporre richiedono di essere rafforzati. Occorre – sottolinea – affrontare i problemi in discussione a Bruxelles uscendo dal contingente e inquadrandoli nella necessità e urgenza di mutamenti dell’architettura istituzionale dell’Ue>.

Il ministro scrice inoltre di condividere la valutazione secondo la quale l’impianto iniziale dell’euro non teneva conto nè della non ottimalità dell’euroarea né dei modi per difendersi dagli shock esterni. E ricorda che i proponenti della attuale linea politica sull’euro ritennero che <il mercato comune operante entro vincoli fiscali posti al livello del deficit e del debito pubblico e che una politica monetaria autonoma avrebbero consentito il superamento della non ottimalità dell’euroarea> e che tuttavia <costoro rifuggono dal dovere di suggerire le soluzioni avanzando argomenti speciosi, paure e minacce di crisi incombenti. Pertanto se queste crisi si manifestassero, sarebbe la conferma dell’esistenza di difetti di architettura istituzionale europea>.

Nell’intervento alla Camera Savona afferma inoltre che <anche se può apparire enfatico, il governo sta scrivendo una nuova storia, conducendo una battaglia civile. Non opera per la cronaca, questa può anche esserci avversa, ma sarà costretta a riflettere sulle iniziative che stiamo intraprendendo per conciliare l’architettura istituzionale dell’Unione europea con la politica che riteniamo necessaria per un’Europa diversa, più forte e più equa un obiettivo del programma di governo. Per questo dobbiamo però districarci dal contingente delle proposte in discussione nelle sedi comunitarie per integrarle con la nostra visione del futuro, sulla quale il Parlamento verrà interpellato>.

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Ora che la Bce sta per esaurire l’acquisto di titoli di Stato la politica italiana cancelli il folle divorzio Bankitalia-Tesoro

 

di Angelo Polimeno Bottai*

L’annuncio era ormai atteso. Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha reso nota la tabella di marcia finale del Quantitative Easing (QE), ovvero dell’acquisto di titoli di stato dei paesi europei da parte della stessa Bce. Si tratta di un provvedimento che, negli ultimi anni, ha permesso all’eurozona di affrontare una fase economica molto difficile e che, secondo lo stesso Draghi, ha cresciuto il pil medio di quest’area di quasi due punti percentuali (1,9). Il numero uno dell’Istituto centrale che ha sede a Francoforte ha anche assicurato che, qualora ve ne fosse bisogno, la Bce non avrebbe problemi a ripristinare il QE. La speranza, ovviamente, è che non si presenti questa necessità. Tuttavia, il venir meno di tale aiuto, è evidente che costringa tutti i Paesi dell’euro a fare i conti con loro stessi. Soprattutto quelli, come l’Italia, in maggiore difficoltà per colpa di un pesante debito pubblico. E’ pronto il nostro Paese a far fronte a questa nuova situazione? Se ne discute abbastanza, anche sui media? EURECA ha l’impressione di no. E cerca di dare il suo contributo. Lo fa chiamando la politica a rispondere a una domanda precisa: non è forse il caso di rimediare al famoso <divorzio> tra il Tesoro e la Banca d’Italia? Si tratta – per chi non lo rammenta – dell’ assurda (per non dire folle o peggio ancora) iniziativa con la quale, nel 1981 l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora Governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi (insieme nella foto)  volendo differenziare l’Italia da tutti i paesi sviluppati e condizionati da un pregiudizio ideologico morale sul proprio Paese, considerato da loro irrimediabilmente corrotto – ebbero la bellissima idea di impedire alla nostra Banca centrale di acquistare i titoli di stato del Tesoro rimasti invenduti sul mercato. Da quel momento in poi, lo Stato, per avere quei fondi necessari a coprire la spesa corrente, è stato costretto a rimettere sul mercato i suoi titoli con un tasso di interesse sempre più alto. Chi non ricorda gli interessi sui Bot arrivati a superare la soglia del 20 per cento? La conseguenza di questa mossa suicida è stata il crescente e vertiginoso indebitamento del nostro Paese. Tutti oggi puntano l’indice sull’enorme debito pubblico italiano, ma nessuno – tantomeno certi ambienti politici vicini a Andreatta e Ciampi – ricordano che il problema nasce proprio con quel ‘divorzio’. Si pensi che nel 1981 il debito pubblico era del 57,5 per cento (oggi saremmo un paese modello dell’UE) e che solo 11 anni dopo, nel 1992 era schizzato al 105 per cento. Praticamente il doppio. Dunque, dopo aver ipocritamente permesso alla Bce di fare quello che abbiamo vietato di fare alla nostra Banca centrale, non sarebbe il caso di rimediare a quel gravissimo errore e di eliminare il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro? Aspettiamo risposte.

 

  • Presidente di EURECA

 

 

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Bene il governo Conte che annulla la visita in Francia. Ora l’Italia si faccia rispettare anche a Bruxelles

L’Italia respinge al mittente le accuse francesi e, con una iniziativa con pochi precedenti, decide di annullare la visita del premier Conte al presidente Macron. Una decisione inevitabile, ma per nulla scontata visto che negli ultimi anni i nostri governi hanno sempre deciso di subire passivamente le prevaricazioni di altri stati. E’ successo con l’India per i due marò, con l’Egitto per il caso Regeni, con diversi paesi europei che hanno lasciato solo il nostro Paese sul problema migranti, con l’Unione Europea che non ha mancato di interferire pesantemente nella nostra politica interna, auspicando addirittura la vittoria di alcuni partiti e la sconfitta di altri. Ora basta. Così ha detto il nuovo governo italiano. E non si tratta di nazionalismo. ne’ di spirito antieuropeo. Al contrario, il rispetto reciproco è premessa indispensabile per costruire un’Europa equilibrata e positiva. Ecco la nota diffusa da Palazzo Chigi:

<Le dichiarazioni intorno alla vicenda Aquarius che arrivano dalla Francia sono sorprendenti e denunciano una grave mancanza di informazioni su ciò che sta realmente accadendo. L’Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall’altra parte. Il governo italiano non ha mai abbandonato o lasciato sole le quasi 700 persone a bordo dell’Aquarius. La nave è stata fin da subito affiancata da due motovedette che hanno offerto tutto il supporto necessario. L’Italia ha anche offeryo la possibilità di fare scendere dalla nave le donne in stato di gravidanza, i bambini e chiunque avesse bisogno di cure, ma da Aquarius è arrivato un rifiuto a conferma  del fatto che a bordo non era in corso alcuna emergenza. Preso atto del rifiuto di malta a collaborare e a permettere lo sbarco delle persone a bordo dell’Aquarius abbiamo accolto un inedito gesto di solidarietà arrivato dalla Spagna. Lo stesso gesto non è arrivato invece dalla Francia, che, anzi, ha più volte adottato politiche ben più rigide e ciniche in materia di accoglienza: Si ricorda che due navi italiane si sono occupate del trasbordo dei migranti all’Aquarius e le stesse li accompagneranno in tutta sicurezza a Valencia. L’Italia ancora una volta si è assunta le sue responsabilità e ha garantito la sicurezza di uomini, donne e bambini mettendo in campo azioni concrete. Agli altri nostri alleati lasciamo le parole>.

EURECA, che non guarda al colore politici dei governi italiani ma valuta le loro scelte, si complimenta con l’esecutivo Conte per questa ferma e al tempo stesso civile presa di posizione nei confronti della Francia. Questa è la strada: pretendere rispetto da tutta l’Europa. Vale in tema di immigrazione. Dovrà valere anche ai tavoli dell’UE dedicati al rispetto dei Trattati e alla formulazione delle regole economico-monetarie.

Antonio Tajani, Angela Merkel

Tajani scuote il Consiglio Europeo: ‘Questa politica fa il gioco dei populisti’

Finalmente l’UE ha un leader che pur essendo di sicura fede europeista ha la sensibilità politica, e il coraggio, di avvisare i naviganti che andando avanti su questa rotta l’Unione Europea accrescerà sempre più la forza e il sostegno elettorale dei cosiddetti populisti. Quel leader si chiama Antonio Tajani, presiede il Parlamento europeo, e dopo aver fatto presente a Merkel e Macron che è inutile sorprendersi del risultato elettorale in Italia se non si capisce che in gran parte è conseguenza delle scelte sbagliate – su immigrazione, occupazione e crescita economica – adottate da diversi anni a questa parte dalla Ue, ha ripetuto il suo monito anche davanti al Consiglio Europeo del 22 marzo a Bruxelles. <I cittadini europei – ha detto – aspettano da troppo tempo risposte sulla gestione dei flussi migratori. Risposte arrivate solo in parte. Senza una strategia Ue da attuare già nelle prossime settimane, continueremo a gonfiare le vele populiste, come dimostrano anche i risultati delle elezioni in Italia. Il Parlamento europeo – ha aggiunto – già a novembre 2017 ha adottato la sua proposta di riforma dell’asilo per renderlo più efficace, armonico, equo e solidale e chiedendo al Consiglio di non rimandare una sua presa di posizione. Se necessario anche a maggioranza qualificata>.

Tajani ha poi parlato dell’invito rivolto dal fondatore di Facebook a venire davanti all’Europarlamento per chiarire il possibile utilizzo da parte di Cambridge Analityca, mentre sui dazi ha ricordato che l’Assemblea Ue ha già espresso preoccupazione, ma che il vero problema è la sovraccapacità cinese e le pratiche sleali utilizzate per scaricarla su altri paesi. <Stati Uniti e Unione Europea – ha detto Tajani – invece di dar vita a una pericolosa escalation dovrebbero far fronte comune su questo problema>.

 

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Caso EMA, Tajani vuole vederci chiaro: ‘Junker consegni i documenti secretati’

Il caso della sede EMA, l’agenzia europea del farmaco che attrarverso il sorteggio è stata assegnata all’Olanda (e non all’Italia), ma che questa non sembra essere nelle condizioni di ospitare nei tempi e nei modi in cui si era impegnata a fare, diventa una vicenda sempre più scottante. Tanto che il Presidente del Parlamento europeo vuole vederci chiaro. Antonio Tajani scrive una lettera di accusa al presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean Claude Junker, e apre di fatto un duro scontro istituzionale. Tajani contesta a Junker di non aver assolto nei migliore dei modi al suo dovere di controllare, verificare, valutare i requisiti della richiesta olandese. E gli chiede di consegnare al Parlamento europeo tutti i dettagli dell’offerta di Amsterdam per ospitare l’agenzia e le relative valutazioni espresse dalla Commissione. La richiesta riguarda esplicitamente anche le parti confidenziali. I sospetti sono concentrati sulla discussa procedura di selezione delle 19 città che avevano avanzato la loro candidatura prima che si arrivasse all’esito finale. E’ cosa nota ormai che in quella occasione – su esplicita richiesta da parte del governo olandese – Junker accettò di secretare parte della documentazione consegnata dall’Olanda. In questo modo – secondo i critici dell’operazione – sarebbe stata occultata la difficoltà della città scandinava di rispettare i tempi previsti  – fine marzo 2019 – per garantire il trasferimento dell’EMA dal Regno Unito. Oltre a cio’, la Commissione Junker viene accusata di non aver controllato la veridicità delle proposte delle città in gara, favorendo di conseguenza quelle con i requisiti peggiori.

Nella sua lettera, Tajani precisa di attendere da parte della Commissione <una informazione completa e accurata della selezione del luogo proposto> perchè <è necessaria per consentire al Parlamento di deliberare sull’argomento>. Infatti, il voto dell’Assemblea di Strasburgo è previsto nella prossima sessione di marzo.

L’iniziativa del Presidente dell’Europarlamento si presta a due importanti considerazioni. La prima riguarda proprio il modo – da vero rappresentante di un’istituzione che deve essere democratica – con il quale Tajani sta interpretando la sua carica di presidente dell’Europarlamento. Primo compito di un’Assemblea popolare, lo ricordiamo, è quello di controllare l’operato del governo. In questo caso, la Commissione. E il fatto che Tajani, in Europa, appartenga alla stessa famiglia di Junker, il PPE, non gli impedisce assolutamente di fare il suo dovere. La seconda considerazione riguarda il problema, ogni giorno più evidente, della mancanza di democrazia e di trasparenza nella nuova Europa. Diciamo nuova riferendoci espressamente all’Unione Europea, perchè la Cee era invece realmente democratica e rispettosa dei singoli stati membri. Il caso EMA – dove si assegna la sede di un’agenzia così importante secretando i documenti di una delle città in gara – somiglia molto ad altri casi, in altri contesti e laddove Trattati Europei approvati da tutti i parlamenti nazionali e dai cittadini sono stati stravolti da norme sottoscritte dai soli capi di governo. 

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L’inciucio alla tedesca può ridare respiro all’Europa

L’accordo per una nuova Grosse Koalition – in Germania si chiama così quello che da noi sia chiama dispregiamente inciucio – è stato raggiunto. A prezzo di grandi sacrifici, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha stretto un’intesa con i socialdemocratici della Spd diMartin Schulz. Un’alleanza che le è costata cara, ma che le apre potenzialmente le porte di un quarto mandato. Potenzialmente, perché il nuovo esecutivo dipende ancora da una condizione: potrà formarsi solo se la base della Spd darà il suo via libera. A partire dal 20 febbraio si terrà una consultazione interna in cui i circa 460mila militanti socialdemocratici (che lezione di democrazia per i partiti italiani!) saranno chiamati a votare l’accordo, e il risultato sarà reso noto il 4 marzo. Se dovesse arrivare un no, la cancelliera sarebbe davanti a una scelta difficile: o formare un instabile governo di minoranza, o andare a nuove elezioni, entrambi scenari inediti nella Germania del dopo guerra.
<Sono convinta che questo accordo di coalizione sia il fondamento di un governo stabile, di cui il nostro Paese ha bisogno e che molti nel mondo si attendono da
noi>, afferma Merkel al termine di circa 24 ore di negoziati senza sosta a Berlino. Davanti alle reticenze della Spd ad allearsi nuovamente con lei, i conservatori hanno dovuto fare molte concessioni. Prima fra tutte quella relativa alla formazione della squadra di governo vera e propria: la Spd ottiene numerosi ministeri chiave, fra i quali quello delle Finanze. Una svolta storica questa, perché costituisce una rottura netta con l’eredità del conservatore Wolfgang Schäuble, che è stato titolare delle Finanze per otto anni, fino alla fine del 2017. Significa la fine dell’era dell’intoccabilità del surplus commerciale estero della Germania. Significa salari più alti per operai e impiegati, meno contratti a termine e di durata meno lunga. Più contratti a tempo indeterminato. Da questa situazione ne trarranno vantaggio la qualità della vita dei cittadini della Repubblica Federale come anche le concorrenti degli altri paesi che esportano veicoli o elettrodomestici Anche le imprese italiane potranno sfruttare questa nuova opportunità. Al posto di Schäuble dovrebbe arrivare Olaf Scholz, sindaco di Amburgo nonché figura rispettata all’interno della Spd. <Ammetto che la questione di chi ottiene quale ministero non è stata semplice”, ha ammesso Merkel. E su Twitter uno dei suoi deputati, Olav Gutting, ha ironizzato: <Almeno abbiamo mantenuto la cancelleria>.
Alla Spd spetterà anche un altro ministero chiave, quello degli Esteri, che dovrebbe andare proprio a Martin Schulz. Lo ha comunicato lui stesso in serata, confermando le indiscrezioni già filtrate sulla stampa. Schulz ha annunciato che si dimetterà da presidente del partito socialdemocratico tedesco Spd e che mira a diventare ministro degli Esteri. Inoltre l’ex presidente dell’Europarlamento, 62 anni, ha riferito che intende proporre Andrea Nahles, 47 anni, attualmente capogruppo parlamentare del partito, per sostituirlo alla guida della Spd, sostenendo di non essere in grado di assicurare al meglio <ilprocesso di rinnovamento del partito>. Andrea Nahles, ex ministra del Lavoro, sarebbe la prima donna a dirigere il più vecchio partito della Germania. Un volta-faccia per colui che alla fine del 2017 diceva ancora che non avrebbe mai partecipato a un governo di Angela Merkel.
La Csu, cioè l’ala più a destra della famiglia politica di Merkel, recupera un super-ministero dell’Interno, della Costruzione e della Heimat, cioè la patria. Un impegno questo per l’elettorato più conservatore: la Csu da due anni non smette di denunciare quella che definisce una politica migratoria troppo generosa da parte della cancelliera, e non intende farsi sottrarre terreno dal partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) nelle elezioni in programma in Baviera alla fine dell’anno.
L’accordo prevede che il prossimo mandato di Merkel, teoricamente fino all’autunno del 2021, venga portato avanti sotto il segno del rilancio dell’Europa, in base alle priorità già elencate dal presidente francese Emmanuel Macron. <Convinceremo ora i militanti che abbiamo negoziato un accordo molto buono>, ha detto Schulz, il quale per provare a ottenere il sì della base ha ottenuto che l’accordo includa una clausola di rivalutazione fra due anni, in modo da tenere Merkel sotto pressione fin dall’inizio del mandato.

 

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La Corte Costituzionale boccia il Fiscal Compact: contiene norme illegittime

Come da tempo sostiene EURECA, al momento la via giuridica e’ la sola possibile per smantellare il pacchetto di regole illegittime che governano l’Unione Europea. E’ di poche ora fa la notizia che la Corte Costituzionale italiana, su ricorso della Regione Veneto, oltre che delle Regioni Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, ha dichiarato con sentenza n. 252/2017, la illegittimità costituzionale, sotto due profili, dell’art. 2, comma 1 lettera c), della legge 12 agosto 2016, n. 164, dal titolo “Modifiche alla legge 24 dicembre 2012, n. 243, in materia di equilibrio dei bilanci delle regioni e degli enti locali. La disposizione censurata modificava il comma 5 dell’art. 10 della L243/2012, che, in applicazione del ” Fiscal compact” aveva attuato la riforma della Costituzione del 2012 introducendo l’obbligo di conseguimento dell’equilibrio di bilancio da parte della pubblica amministrazione. La disposizione prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da adottare d’intesa con la Conferenza unificata, vengano disciplinati i criteri e le modalità per il ricorso all’indebitamento da parte degli enti locali in genere (regioni, comuni, province, città metropolitane) che è consentito esclusivamente per finanziare spese di investimento con le modalità e nei limiti previsti dalle leggi dello Stato. Le Regioni avevano osservato che l’attribuzione di questo potere poteva significare una ingerenza del Governo nei confronti degli enti locali potendo la Presidenza del Consiglio dei ministri dettare delle norme discrezionali e di merito politico che avrebbero indebitamente condizionato le scelte politiche e il soddisfacimento dei bisogni amministrativi dei singoli enti. In effetti detto decreto è già stato adottato con il DPCM 21 febbraio 2017, n. 21, che, a sua volta demanda parte dei compiti al Ministero dell’economia e delle finanze. La Corte ha condiviso questa impostazione osservando in primo luogo che le modalità di attuazione dell’art. 10 si devono limitare a disciplinare solo le questioni tecnico contabili e non possono estendersi a agli aspetti discrezionali. Conseguentemente ha rinviato la valutazione di questo discrimine a riguardo delle norme adottate con il DPCM agli eventuali altri “rimedi consentiti dall’ordinamento, ivi compreso, se del caso, il conflitto di attribuzioni davanti a questa Corte”. In secondo luogo ha ritenuto che la norma sia illegittima nella parte in cui ricomprende nella disciplina assegnata al Governo anche la facoltà di determinare le modalità attuative del potere sostitutivo dello Stato per il caso di inerzia o ritardo da parte delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano nel dare attuazione alle disposizioni contabili previste a loro carico.

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Ora il ministro dem Orlando rivela: ‘L’Italia e’ sotto ricatto della Bce’

Sara’ l’effetto del clima elettorale, fatto sta che, per la prima volta, un ministro del Pd parla di ricatto della Banca Centrale Europea nei confronti dell’Italia. L’evento si è’ verificato durante la Festa del Fatto Quotidiano. Il Ministro Andrea Orlando, titolare del dicastero della Giustizia – intervistato da un altro progressista doc, Gustavo Zagrebelsky e da Silvia Truzzi – si se’ lasciato andare a dichiarazioni davvero esplosive.

‘Oggi – ha detto Orlando – stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. I poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. Faccio solo due esempi. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto.

Faccio un esempio. La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della Costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese. Fu il frutto del fatto che a un certo punto la Banca Centrale Europa, più o meno – ora la brutalizzo – disse: “O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”. Devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore approvare quella modifica. Non tanto per il merito, che pure è contestabile, ma per il modo in cui si arrivò a quella modifica di carattere Costituzionale“.

Dette da una persona qualunque, queste parole sono importanti. Ma peonunciate da un ministro della Repubblica sono di una gravita’ inaudita. Delle due l’una, o l’uomo ha perso il senno della ragione. Oppure le sue dichiarazioni devono aprire un confronto è un chiarimento in Parlamento. Sarebbe un’ottima occasione per rivedere molte cose dentro l’Unione europea. A partire dal mondo in cui e’ stato  imposto il Patto di Stabilita’. Norma Europea che cambia il Trattato di Maastricht senza essere mai stata approvata da nessun parlamento nazionale dei paesi dell’Unione e che da anni e’ causa di chiusura di imprese, licenziamenti, lavoro precario, taglio alle pensioni e allo stato sociale, blocco degli investimenti pubblici. Stesso discorso vale per il Fiscal Compact, contro il quale, EURECA, promuove una class action pubblica.