Antonio Tajani, Angela Merkel

Tajani scuote il Consiglio Europeo: ‘Questa politica fa il gioco dei populisti’

Finalmente l’UE ha un leader che pur essendo di sicura fede europeista ha la sensibilità politica, e il coraggio, di avvisare i naviganti che andando avanti su questa rotta l’Unione Europea accrescerà sempre più la forza e il sostegno elettorale dei cosiddetti populisti. Quel leader si chiama Antonio Tajani, presiede il Parlamento europeo, e dopo aver fatto presente a Merkel e Macron che è inutile sorprendersi del risultato elettorale in Italia se non si capisce che in gran parte è conseguenza delle scelte sbagliate – su immigrazione, occupazione e crescita economica – adottate da diversi anni a questa parte dalla Ue, ha ripetuto il suo monito anche davanti al Consiglio Europeo del 22 marzo a Bruxelles. <I cittadini europei – ha detto – aspettano da troppo tempo risposte sulla gestione dei flussi migratori. Risposte arrivate solo in parte. Senza una strategia Ue da attuare già nelle prossime settimane, continueremo a gonfiare le vele populiste, come dimostrano anche i risultati delle elezioni in Italia. Il Parlamento europeo – ha aggiunto – già a novembre 2017 ha adottato la sua proposta di riforma dell’asilo per renderlo più efficace, armonico, equo e solidale e chiedendo al Consiglio di non rimandare una sua presa di posizione. Se necessario anche a maggioranza qualificata>.

Tajani ha poi parlato dell’invito rivolto dal fondatore di Facebook a venire davanti all’Europarlamento per chiarire il possibile utilizzo da parte di Cambridge Analityca, mentre sui dazi ha ricordato che l’Assemblea Ue ha già espresso preoccupazione, ma che il vero problema è la sovraccapacità cinese e le pratiche sleali utilizzate per scaricarla su altri paesi. <Stati Uniti e Unione Europea – ha detto Tajani – invece di dar vita a una pericolosa escalation dovrebbero far fronte comune su questo problema>.

 

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Caso EMA, Tajani vuole vederci chiaro: ‘Junker consegni i documenti secretati’

Il caso della sede EMA, l’agenzia europea del farmaco che attrarverso il sorteggio è stata assegnata all’Olanda (e non all’Italia), ma che questa non sembra essere nelle condizioni di ospitare nei tempi e nei modi in cui si era impegnata a fare, diventa una vicenda sempre più scottante. Tanto che il Presidente del Parlamento europeo vuole vederci chiaro. Antonio Tajani scrive una lettera di accusa al presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean Claude Junker, e apre di fatto un duro scontro istituzionale. Tajani contesta a Junker di non aver assolto nei migliore dei modi al suo dovere di controllare, verificare, valutare i requisiti della richiesta olandese. E gli chiede di consegnare al Parlamento europeo tutti i dettagli dell’offerta di Amsterdam per ospitare l’agenzia e le relative valutazioni espresse dalla Commissione. La richiesta riguarda esplicitamente anche le parti confidenziali. I sospetti sono concentrati sulla discussa procedura di selezione delle 19 città che avevano avanzato la loro candidatura prima che si arrivasse all’esito finale. E’ cosa nota ormai che in quella occasione – su esplicita richiesta da parte del governo olandese – Junker accettò di secretare parte della documentazione consegnata dall’Olanda. In questo modo – secondo i critici dell’operazione – sarebbe stata occultata la difficoltà della città scandinava di rispettare i tempi previsti  – fine marzo 2019 – per garantire il trasferimento dell’EMA dal Regno Unito. Oltre a cio’, la Commissione Junker viene accusata di non aver controllato la veridicità delle proposte delle città in gara, favorendo di conseguenza quelle con i requisiti peggiori.

Nella sua lettera, Tajani precisa di attendere da parte della Commissione <una informazione completa e accurata della selezione del luogo proposto> perchè <è necessaria per consentire al Parlamento di deliberare sull’argomento>. Infatti, il voto dell’Assemblea di Strasburgo è previsto nella prossima sessione di marzo.

L’iniziativa del Presidente dell’Europarlamento si presta a due importanti considerazioni. La prima riguarda proprio il modo – da vero rappresentante di un’istituzione che deve essere democratica – con il quale Tajani sta interpretando la sua carica di presidente dell’Europarlamento. Primo compito di un’Assemblea popolare, lo ricordiamo, è quello di controllare l’operato del governo. In questo caso, la Commissione. E il fatto che Tajani, in Europa, appartenga alla stessa famiglia di Junker, il PPE, non gli impedisce assolutamente di fare il suo dovere. La seconda considerazione riguarda il problema, ogni giorno più evidente, della mancanza di democrazia e di trasparenza nella nuova Europa. Diciamo nuova riferendoci espressamente all’Unione Europea, perchè la Cee era invece realmente democratica e rispettosa dei singoli stati membri. Il caso EMA – dove si assegna la sede di un’agenzia così importante secretando i documenti di una delle città in gara – somiglia molto ad altri casi, in altri contesti e laddove Trattati Europei approvati da tutti i parlamenti nazionali e dai cittadini sono stati stravolti da norme sottoscritte dai soli capi di governo. 

INCIUCIO

L’inciucio alla tedesca può ridare respiro all’Europa

L’accordo per una nuova Grosse Koalition – in Germania si chiama così quello che da noi sia chiama dispregiamente inciucio – è stato raggiunto. A prezzo di grandi sacrifici, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha stretto un’intesa con i socialdemocratici della Spd diMartin Schulz. Un’alleanza che le è costata cara, ma che le apre potenzialmente le porte di un quarto mandato. Potenzialmente, perché il nuovo esecutivo dipende ancora da una condizione: potrà formarsi solo se la base della Spd darà il suo via libera. A partire dal 20 febbraio si terrà una consultazione interna in cui i circa 460mila militanti socialdemocratici (che lezione di democrazia per i partiti italiani!) saranno chiamati a votare l’accordo, e il risultato sarà reso noto il 4 marzo. Se dovesse arrivare un no, la cancelliera sarebbe davanti a una scelta difficile: o formare un instabile governo di minoranza, o andare a nuove elezioni, entrambi scenari inediti nella Germania del dopo guerra.
<Sono convinta che questo accordo di coalizione sia il fondamento di un governo stabile, di cui il nostro Paese ha bisogno e che molti nel mondo si attendono da
noi>, afferma Merkel al termine di circa 24 ore di negoziati senza sosta a Berlino. Davanti alle reticenze della Spd ad allearsi nuovamente con lei, i conservatori hanno dovuto fare molte concessioni. Prima fra tutte quella relativa alla formazione della squadra di governo vera e propria: la Spd ottiene numerosi ministeri chiave, fra i quali quello delle Finanze. Una svolta storica questa, perché costituisce una rottura netta con l’eredità del conservatore Wolfgang Schäuble, che è stato titolare delle Finanze per otto anni, fino alla fine del 2017. Significa la fine dell’era dell’intoccabilità del surplus commerciale estero della Germania. Significa salari più alti per operai e impiegati, meno contratti a termine e di durata meno lunga. Più contratti a tempo indeterminato. Da questa situazione ne trarranno vantaggio la qualità della vita dei cittadini della Repubblica Federale come anche le concorrenti degli altri paesi che esportano veicoli o elettrodomestici Anche le imprese italiane potranno sfruttare questa nuova opportunità. Al posto di Schäuble dovrebbe arrivare Olaf Scholz, sindaco di Amburgo nonché figura rispettata all’interno della Spd. <Ammetto che la questione di chi ottiene quale ministero non è stata semplice”, ha ammesso Merkel. E su Twitter uno dei suoi deputati, Olav Gutting, ha ironizzato: <Almeno abbiamo mantenuto la cancelleria>.
Alla Spd spetterà anche un altro ministero chiave, quello degli Esteri, che dovrebbe andare proprio a Martin Schulz. Lo ha comunicato lui stesso in serata, confermando le indiscrezioni già filtrate sulla stampa. Schulz ha annunciato che si dimetterà da presidente del partito socialdemocratico tedesco Spd e che mira a diventare ministro degli Esteri. Inoltre l’ex presidente dell’Europarlamento, 62 anni, ha riferito che intende proporre Andrea Nahles, 47 anni, attualmente capogruppo parlamentare del partito, per sostituirlo alla guida della Spd, sostenendo di non essere in grado di assicurare al meglio <ilprocesso di rinnovamento del partito>. Andrea Nahles, ex ministra del Lavoro, sarebbe la prima donna a dirigere il più vecchio partito della Germania. Un volta-faccia per colui che alla fine del 2017 diceva ancora che non avrebbe mai partecipato a un governo di Angela Merkel.
La Csu, cioè l’ala più a destra della famiglia politica di Merkel, recupera un super-ministero dell’Interno, della Costruzione e della Heimat, cioè la patria. Un impegno questo per l’elettorato più conservatore: la Csu da due anni non smette di denunciare quella che definisce una politica migratoria troppo generosa da parte della cancelliera, e non intende farsi sottrarre terreno dal partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) nelle elezioni in programma in Baviera alla fine dell’anno.
L’accordo prevede che il prossimo mandato di Merkel, teoricamente fino all’autunno del 2021, venga portato avanti sotto il segno del rilancio dell’Europa, in base alle priorità già elencate dal presidente francese Emmanuel Macron. <Convinceremo ora i militanti che abbiamo negoziato un accordo molto buono>, ha detto Schulz, il quale per provare a ottenere il sì della base ha ottenuto che l’accordo includa una clausola di rivalutazione fra due anni, in modo da tenere Merkel sotto pressione fin dall’inizio del mandato.

 

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La Corte Costituzionale boccia il Fiscal Compact: contiene norme illegittime

Come da tempo sostiene EURECA, al momento la via giuridica e’ la sola possibile per smantellare il pacchetto di regole illegittime che governano l’Unione Europea. E’ di poche ora fa la notizia che la Corte Costituzionale italiana, su ricorso della Regione Veneto, oltre che delle Regioni Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, ha dichiarato con sentenza n. 252/2017, la illegittimità costituzionale, sotto due profili, dell’art. 2, comma 1 lettera c), della legge 12 agosto 2016, n. 164, dal titolo “Modifiche alla legge 24 dicembre 2012, n. 243, in materia di equilibrio dei bilanci delle regioni e degli enti locali. La disposizione censurata modificava il comma 5 dell’art. 10 della L243/2012, che, in applicazione del ” Fiscal compact” aveva attuato la riforma della Costituzione del 2012 introducendo l’obbligo di conseguimento dell’equilibrio di bilancio da parte della pubblica amministrazione. La disposizione prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da adottare d’intesa con la Conferenza unificata, vengano disciplinati i criteri e le modalità per il ricorso all’indebitamento da parte degli enti locali in genere (regioni, comuni, province, città metropolitane) che è consentito esclusivamente per finanziare spese di investimento con le modalità e nei limiti previsti dalle leggi dello Stato. Le Regioni avevano osservato che l’attribuzione di questo potere poteva significare una ingerenza del Governo nei confronti degli enti locali potendo la Presidenza del Consiglio dei ministri dettare delle norme discrezionali e di merito politico che avrebbero indebitamente condizionato le scelte politiche e il soddisfacimento dei bisogni amministrativi dei singoli enti. In effetti detto decreto è già stato adottato con il DPCM 21 febbraio 2017, n. 21, che, a sua volta demanda parte dei compiti al Ministero dell’economia e delle finanze. La Corte ha condiviso questa impostazione osservando in primo luogo che le modalità di attuazione dell’art. 10 si devono limitare a disciplinare solo le questioni tecnico contabili e non possono estendersi a agli aspetti discrezionali. Conseguentemente ha rinviato la valutazione di questo discrimine a riguardo delle norme adottate con il DPCM agli eventuali altri “rimedi consentiti dall’ordinamento, ivi compreso, se del caso, il conflitto di attribuzioni davanti a questa Corte”. In secondo luogo ha ritenuto che la norma sia illegittima nella parte in cui ricomprende nella disciplina assegnata al Governo anche la facoltà di determinare le modalità attuative del potere sostitutivo dello Stato per il caso di inerzia o ritardo da parte delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano nel dare attuazione alle disposizioni contabili previste a loro carico.

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Ora il ministro dem Orlando rivela: ‘L’Italia e’ sotto ricatto della Bce’

Sara’ l’effetto del clima elettorale, fatto sta che, per la prima volta, un ministro del Pd parla di ricatto della Banca Centrale Europea nei confronti dell’Italia. L’evento si è’ verificato durante la Festa del Fatto Quotidiano. Il Ministro Andrea Orlando, titolare del dicastero della Giustizia – intervistato da un altro progressista doc, Gustavo Zagrebelsky e da Silvia Truzzi – si se’ lasciato andare a dichiarazioni davvero esplosive.

‘Oggi – ha detto Orlando – stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. I poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. Faccio solo due esempi. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto.

Faccio un esempio. La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della Costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese. Fu il frutto del fatto che a un certo punto la Banca Centrale Europa, più o meno – ora la brutalizzo – disse: “O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”. Devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore approvare quella modifica. Non tanto per il merito, che pure è contestabile, ma per il modo in cui si arrivò a quella modifica di carattere Costituzionale“.

Dette da una persona qualunque, queste parole sono importanti. Ma peonunciate da un ministro della Repubblica sono di una gravita’ inaudita. Delle due l’una, o l’uomo ha perso il senno della ragione. Oppure le sue dichiarazioni devono aprire un confronto è un chiarimento in Parlamento. Sarebbe un’ottima occasione per rivedere molte cose dentro l’Unione europea. A partire dal mondo in cui e’ stato  imposto il Patto di Stabilita’. Norma Europea che cambia il Trattato di Maastricht senza essere mai stata approvata da nessun parlamento nazionale dei paesi dell’Unione e che da anni e’ causa di chiusura di imprese, licenziamenti, lavoro precario, taglio alle pensioni e allo stato sociale, blocco degli investimenti pubblici. Stesso discorso vale per il Fiscal Compact, contro il quale, EURECA, promuove una class action pubblica.

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Riformare l’UE: conferenza a Roma promossa da EURECA e Universita’ Tor Vergata

Democratizzare un’Europa troppo distante dai cittadini e per questo sempre più’ impopolare. Da AUSTIN, il forte appello lanciato dalla conferenza internazionale promossa da James Kenneth Galbraith e dalla universita’ del Texas, la Lindon Baines Johnson, rimbalza fino a Roma, dove trovera’ presto un ulteriore rilancio. In una lettera firmata dal direttore del dipartimento di Storia dell’Universita’ di Tor Vergata, Franco Salvatori e recata a mano dal giornalista parlamentare Angelo Polimeno (nella foto, davanti all’Universita’ di Austin) presidente di EURECA (Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie), l’ateneo della capitale avanza la proposta di proseguire il confronto sull’Unione Europea entro il mese di febbraio del prossimo anno in un nuovo appuntamento internazionale da tenere nella città’ eterna. ‘La conferenza a Roma – sottolinea con entusiasmo Galbraith – rappresenta un’occasione eccezionale per intensificare ancora di più’ l’impegno a trasformare l’UE in una realtà’ sovranazionale sempre meno burocratica e per democratizzare le sue istituzioni. L’Universita’ AUSTIN offrira’ piena collaborazione, convinta che tra i due atenei possa nascere una proficua e duratura collaborazione’.
Il meeting di AUSTIN, – che segna il debutto internazionale di EURECA e al quale hanno preso parte, oltre ad economisti ed esperti di politica internazionale sia americani sia di tutta Europa – ha visto anche l’intervento di numerosi rappresentanti politici. Tra loro l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, l’ex vice premier polacco Grzergoz Kolodko e il candidato socialista alle ultime elezioni francesi, Benoit Hamon. ‘Non credo – sostiene quest’ultimo – che l’arrivo di Macron all’Eliseo possa segnare un vero cambiamento nel cammino dell’Unione. Occorre mettere fine immediatamente alle fallimentari politiche di austerità’, rilanciare l’economia con una serie di investimenti, pubblici e privati, imprimere una svolta nelle politiche per il lavoro e dar vita al reddito di cittadinanza per chi, sempre più’ e a causa del processo tecnologico che sostituisce la presenza dell’uomo con le macchine, si trova senza un’occupazione’. Contro la crisi, Varoufakis propone l’avvio di un investimento da parte dei grandi organismi internazionali. Unica voce fuori dal coro, quella del polacco Kolodko, oggi esponente dell’opposizione al governo di Varsavia. Kolodko difende le politiche di Bruxelles, punta l’indice contro i populismi e ritiene che non dovrebbe essere consentito uscire dall’UE. Parole riferite esplicitamente alla Gran Bretagna e che, in particolare, prendono di mira lo strumento referendario, che – dice l’ex vicepremier polacco – non dovrebbe essere consentito’.
Affermazioni che, durante i lavori, accendono il dibattito con gli altri partecipanti, tutti convinti, al contrario, che il referendum , come tutti gli strumenti di partecipazione democratica, debbano trovare sempre più’ cittadinanza in Europa. Angelo Polimeno ha illustrato le ragioni – scaturite dalla denuncia del prof. Giuseppe Guarino – che determinano l’illegittimità di norme come il Patto di Stabilita’ e il Fiscal Compact. Si tratta di provvedimenti di legge – sottolinea il presidente di EURECA – che cambiano i Trattati europei quando invece non potrebbero farlo. Questo perché’ si tratta di norme di rango inferiore o addirittura estranee al diritto Europeo. Contro il Fiscal Compact, Trattato internazionale che entro quest’anno dovrebbe essere inserito nei Trattati UE, Eureca – associazione che si avvale di un comitato scientifico formato, tra gli altri, oltre che dallo stesso Galbraith, dagli ex ministri Giulio Terzi e Giuseppe Guarino, dal prof. Giulio Sapelli e dall’imprenditore Ernesto Preatoni – attraverso lo studio Tedeschini di Roma, ha deciso di promuovere una class action pubblica presso il TAR. ‘
‘Questo trattato internazionale – e’ la sottolineatura di Polimeno durante la conferenza di AUSTIN – oltre ad essere illegittimo e’ una delle cause principali della crisi occupazionale, della chiusura di molte imprese e dei ripetuti tagli allo stato sociale e alle pensioni. Pertanto l’uso dell’azione legale e’ non solo possibile, ma doveroso. L’auspicio di EURECA e’ che altre associazioni e altri cittadini in altri stati UE assumano analoga iniziativa’. Il tema della corretta applicazione delle leggi europee – aggiunge – sara’ uno degli argomenti centrali che affronteremo alla conferenza di Roma che nasce da un’idea comune di EURECA E dell’Universita’ di Tor Vergata. Conferenza che, piu’ ancora di quanto avvenuto a AUSTIN, dovra’ vedere una marcata partecipazione di rappresentanti delle istituzioni europee e delle forze politiche italiane e non. Questo affinché la riforma delle istituzioni del’Unione possa diventare argomento sempre più’ al centro dell’agenda di tutti i Paesi membri’.

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Theresa May: ‘I cittadini Ue potranno restare nel Regno Unito’

‘I cittadini europei che vivono e lavorano nel Regno Unito vedranno garantiti i loro diritti’. Parola del premier britannico Theresa May, che per garantire questo chiede all’Europa di accelerare il negoziato sulla Brexit. Londra e Bruxelles, infatti, nelle prossime settimane dovranno mettere a punto dei “piani ambiziosi” nel negoziato sulla Brexit e in particolare – dice l’inquilina di Downing Street – ‘voglio vedere un’urgenza nel raggiungimento di un accordo sui diritti degli europei’. May ha affrontato il tema al suo arrivo al vertice Ue di Bruxelles. ‘Uomini e donne Ue che sono venuti a vivere nel Regno Unito – ha sottolineato – hanno offerto un contributo enorme al nostro Paese, e vogliamo che loro, e le loro famiglie, rimangano. Voglio rassicurargli, informandoli del fatto che siamo vicinissimi a un accordo per garantire i diritti di circa 3 milioni di queste persone. Questa intesa – ha aggiunto – non solo garantirà la certezza della residenza, ma anche delle cure sanitarie, delle pensioni e di altri benefici. Significa quindi che i cittadini Ue che hanno pagato il sistema britannico – e i cittadini britannici che hanno pagato nell’Ue – possono trarre vantaggio da tutto questo. Ciò – ha proseguito la May – consentirà alla famiglie che hanno costruito la propria vita nell’Ue e nel Regno Unito di restare insieme. E questo darà garanzie che i diritti di quei cittadini britannici residenti nell’Ue e dei cittadini dell’Ue residenti nel Regno Unito non si disferanno nel tempo. Quello che ci manca – ha detto ancora la May – è un piccolo numeri di punti importanti da finalizzare. So che molti temono che restare nel Regno Unito potra’ richiedere il passaggio attraverso un percorso complicato, con molti ostacoli burocratici da superare. Anche su questo voglio fornire rassicurazioni. Stiamo elaborando un processo digitale molto snello per quelli che chiederanno in futuro uno status permanente nel Regno Unito. Questo processo sarà disegnato tenendo in conto le esigenze degli utenti, che saranno coinvolti in ogni passaggio. Cercheremo di tenere il costo basso, non più alto del costo di un passaporto britannico. I criteri applicati saranno semplici, trasparenti e rigorosamente conformi all’accordo. Le persone che lo attiveranno non dovranno rispondere di ogni viaggio in entrata e in uscita dal Regno Unito e non dovranno più dimostrare un’assicurazione sanitaria come attualmente è. E questo varra’ soprattuto per i cittadini europei che hanno il permesso di residenza nel Regno Unito’.

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Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase . Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

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Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase <per inserire il FC nel quadro legislativo europeo la Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre>. Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.