Giulio Terzi: il Fiscal Compact ha fallito

                                  di GIULIO TERZI 

Ripercorrendo la genesi del Fiscal Compact, illustrata da Angelo Polimeno, si deve apprezzare il fatto che EURECA nasce dal fondamentale “diritto di conoscere”: un diritto sempre più avvertito nelle democrazie liberali, quale principio essenziale di trasparenza e di partecipazione troppo spesso disatteso.
Non vi è dubbio che il Prof. Guarino abbia dimostrato sensibilità per il diritto dei cittadini italiani a “conoscere” le valutazioni giuridiche, politiche ed economiche che hanno fatto decidere ai Governi degli ultimi due decenni di passare dal Trattato di Maastricht, al Patto di Stabilità, e infine al Fiscal Compact.
Sono passati cinque anni e mezzo dal discorso del Presidente del Consiglio Mario Monti al Senato, il 25 gennaio 2012, sulle decisioni che l’Italia doveva prendere per affrontare non soltanto nell’immediato, ma soprattutto nel medio e lungo periodo, i pericolosi squilibri determinatisi nell’eurozona ed i rischi di una destabilizzazione economico-finanziaria dalle conseguenze gravissime. In quel discorso, accolto con ricorrenti applausi dagli ampi settori dell’emiciclo che sostenevano il Governo, il Presidente Monti chiariva che l’adesione al Fiscal Compact era basata su alcune condizioni essenziali per l’assetto della governance della zona euro e per il futuro stesso dell’Unione europea:
1) “Il superamento della crisi economica, finanziaria e sociale che attanaglia l’Europa dipendono da riforme strutturali, che sono nelle mani e nella capacità di decisione degli Stati membri.
2) Il Governo si sta muovendo su due direttrici: un’agenda europea che coniughi l’indispensabile attenzione al rigore finanziario con la crescita e lo sviluppo.
3) Evitare vincoli o limiti procedurali più rigidi o ulteriori sanzioni rispetto a quelli esistenti nel Patto di stabilità e di crescita, cosı` come ammodernato nell’ambito del cosiddetto six pack, che fa già parte dell’ordinamento
giuridico dell’Unione europea.
4) Tre sono le componenti fondamentali di questo mosaico: il perfezionamento
dei sistemi di disciplina delle finanze pubbliche, la definizione di una batteria di firewall, cioè di strumenti di stabilizzazione utili per prevenire ed evitare il contagio finanziario tra Paesi e il rilancio di politiche per la crescita e l’occupazione. Sono tutte e tre da me definite tessere di un mosaico che per funzionare veramente non può che essere unitario ed includerle dunque tutte”.

A più di cinque anni da queste importanti enunciazioni, il mosaico è composto purtroppo da molti più spazi bianchi che non da un disegno coerente e ben costruito. Gli ultimi tre Governi, oltre che in una certa misura lo stesso Governo Monti, non sono riusciti o non hanno potuto realizzare le riforme incisive che in quel gennaio 2012 venivano ritenute la “conditio sine qua non” per sostenere, beneficiandone a nostra volta, ulteriori rapidi progressi nell’integrazione economico-finanziaria, e quindi in quella politica. Mercato del lavoro, lotta alla corruzione, risanamento e governance delle banche – incredibilmente date dai responsabili di Governo per solidissime sino a non molti mesi fa, e già costate al contribuente e ai risparmiatori, oltre trenta miliardi di euro, dopo lo svuotamento dei diversi fondi Atlante e i ripetuti rifinanziamenti pubblici – ritardi di anni nella riforma della giustizia, dell’azione penale e della prescrizione, hanno dato risultati che forse neppure gli osservatori più scettici in Europa, e nel Parlamento italiano, prevedevano poter essere così deludenti nelle settimane in cui il Governo Monti negoziava il Fiscal Compact.
Inoltre, due direttrici fondamentali, quella della riduzione progressiva dell’indebitamento a partire dal 2012, perché questo era il chiaro impegno di rientro dell’indebitamento al di sotto del 60% entro venti anni – sia pure tenendo conto di una certa flessibilità – e l’altra direttrice, quella della crescita, hanno preso nel primo caso una direzione diametralmente opposta, e nel secondo caso si è verificata un sostanziale stop. Questo significa che da quando abbiamo aderito al Fiscal Compact il nostro indebitamento è peggiorato, e non migliorato, aggravando la piramide del debito di quasi altri dieci punti percentuale. Mentre sul versante della crescita il saldo del quinquennio è sempre in negativo per quasi il 2%.

Una valutazione politica sull’opportunità di esprimere un giudizio positivo con un voto a favore del Fiscal Compact non può che essere determinata dai risultati oggettivi che i Governi in carica da quando l’Italia ha aderito al Fiscal Compact sono riusciti ad ottenere per rafforzare ruolo e influenza dell’Italia all’interno dell’Eurozona e dell’Unione nel suo insieme, con l’obiettivo di imprimere una svolta alla finanza pubblica e in particolare alla riduzione del debito, e alle dinamiche di una crescita sostenuta da riforme veramente incisive.
Non si vede come il giudizio possa essere positivo. Un voto a favore del Fiscal Compact darebbe quindi la prova di una visione utopica della realtà e dei problemi che continuano a caratterizzare purtroppo il nostro Paese, senza la volontà di affrontarli veramente, in uno gattopardismo fuori tempo.

Vorrei fare una considerazione conclusiva sulla situazione nella quale ci troviamo dopo l’elezione di Emmanuel Macron. In questi due mesi hanno ripreso quota, progetti di un’integrazione rafforzata, sul piano politico, economico e monetario: creazione di un Parlamento dell’ Eurozona, di un Ministro delle finanze e di un bilancio per la zona Euro, rilanciando le ipotesi più “sovrannazionali” contenute nel piano Juncker. Ipotesi come quella di usare l’European Stability Mechanism-ESM- per creare degli “European Safe Bonds”; o la creazione di un fondo comune Europeo per la disoccupazione destinato a Paesi in particolare difficoltà.

Entrambe le proposte mostrano comunque le difficoltà di trovare dei punti di equilibrio tra l’attuale struttura dell’eurozona e una piena unione politica che consenta a Bruxelles una più ampia supervisione dei bilanci nazionali, del mercato del lavoro e del welfare. Come in un “dejà vu”, il Governo italiano si è entusiasticamente lanciato ad abbracciare qualsiasi idea proveniente dall’Eliseo, di rafforzata integrazione dell’Eurozona: notiamo bene, di rafforzata integrazione previamente concordata tra Francia e Germania, che taluni hanno immediatamente dichiarato di voler automaticamente sottoscrivere, in nome e per conto di tutti gli italiani. Ci stiamo infilando nel “modello Macron” senza che ancora nessuno, se non forse Angela Merkel, l’abbia discusso e rapportato al proprio interesse nazionale?
Non vi è stata neanche questa volta, almeno sino ad ora, alcuna seria preparazione di una piattaforma negoziale e neppure di una visione condivisa dell’Italia sull’Europa che vogliamo. Manca una strategia del Governo per far conoscere all’opinione pubblica le strade ancora aperte per il nostro Paese, e per far maturare una visione il più possibile condivisa di Europa, superando sia i termini avvilenti del “fuori dall’Euro “da un lato, e gli appelli irrealistici per una ”Europa sempre più coesa dall’altro”.

Un aspetto che si dovrebbe collocare al centro delle politiche di convergenza all’interno dell’eurozona riguarda la lotta alla corruzione in Italia. Su questo non si insiste‎ abbastanza. Dovremmo invece trovare molto significativo che il Presidente Macron, in una Francia che non si trova certo nella situazione dell’Italia come dimostrano le statistiche del “Corruption Perception Index” di Transparency International, abbia annunciato quale prima e più urgente priorità del nuovo Governo l’adozione di una legge sul contrasto alla corruzione nella attività politica francese, sul conflitto di interessi, e gli abusi di potere.
La prima delle politiche di convergenza che il nostro Paese deve adottare è la tolleranza zero verso la corruzione. Con una moltitudine di sei milioni di poveri nel Paese, la corruzione rappresenta la più abietta tassa sulle categorie deboli.

La tolleranza zero verso la corruzione deve nascere da fondamentali considerazioni su ruolo, posizione, e credibilità dell’Italia in Europa e sulla scena globale. L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i Paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione, più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, e con un indebitamento di almeno trenta punti inferiore a quello italiano. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente spesa pubblica e indebitamento.
Le misure per rilanciare l’economia devono quindi assicurare il rispetto degli standard europei e OCSE, la certezza del diritto e un habitat “business friendly”.
Il rilancio dell’economia e la ricostituzione della credibilità internazionale del nostro Paese deve seguire un programma preciso, e un impegno che ancora purtroppo non si vede.

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