CONVEGNO I PROBLEMI IRRISOLTI DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO NELLE PROSPETTIVE EUROPEE

Minenna (EURECA) sfida la Germania: ‘Tre proposte contro il debito pubblico’

di MARCELLO MINENNA *

Dopo aver esaminato i problemi e le soluzioni di scarso respiro dei tedeschi (leggi: “La Germania propone una via d’uscita dall’euro. Per proteggere se stessa“.) vediamo come venirne fuori e andare verso gli Stati Uniti d’Europa. La maturità dell’espansione economica negli USA e le policy attuate dall’amministrazione Trump (stimolo fiscale finanziato da deficit e dazi all’importazione) lasciano presagire con buone probabilità una nuova recessione nell’arco dei prossimi 24 mesi. È necessario aprire l’ombrello prima che piova e l’inserimento di una clausola vessatoria di uscita dall’euro non aumenterà la resilienza dell’Unione monetaria. In un’ottica del tutto pragmatica, sarebbe nell’interesse di tutti i Paesi membri dispiegare per tempo un ombrello protettivo adeguato. In Italia, una nuova classe dirigente (magari dopo questo farraginoso risultato elettorale) dovrà necessariamente puntare verso questi obiettivi con un orizzonte di lungo periodo.

Una soluzione di breve termine (condivisa con Andrea Boitani) che sia reversibile e dai pochi costi politici potrebbe essere la rimodulazione dell’appendice finale del Quantitative Easing verso l’acquisto di titoli di Stato a lungo e lunghissimo termine (30 anni e oltre). Ove non disponibili sul mercato secondario, i titoli verrebbero opportunamente emessi dalle agenzie/direzioni del debito dei vari Paesi dell’Eurozona; per via della dichiarazione di intenti della BCE i titoli sarebbero ovviamente molto richiesti in sede di asta e collocabili senza difficoltà. Solo questo tweaking del QE – fino alla scadenza prevista del programma – equivarrebbe ad un “freezing” di circa 150-200 miliardi di nuovo debito pubblico nei bilanci delle banche centrali.

In una modalità intermedia, anche il rifinanziamento di parte di titoli in scadenza già nei bilanci delle Banche Centrali dell’Eurosistema potrebbe avvenire con titoli a lunghissimo termine; e così – fino alla scadenza plausibile del programma tra 9-12 mesi – si avrebbero altri 3-400 miliardi di “freezing”. Se poi si intendesse aggredire il problema alla radice si potrebbe scambiare tramite swap – sempre passando dal mercato – tutti i titoli di Stato già comprati nell’ambito del QE con Govies oltre i 30 anni di scadenza. I mercati finanziari interpreterebbero plausibilmente una simile decisione come una volontà di abbattimento, non contabile ma de facto, del rapporto debito/PIL con le evidenti ricadute positive del caso. La reversibilità del freezing consentirebbe alla BCE, passata la buriana della prossima recessione, di poter tornare su un percorso di normalizzazione del bilancio laddove necessario.

In contemporanea con il freezing di una parte del debito, dovrebbe essere avviata la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) che veda il Fondo come il garante del debito pubblico dell’Eurozona, come da me proposto a più riprese sul Financial Times ed il Wall Street Journal (di recente “Eurozone members must be serious about risk-sharing” – FT 15 febbraio 2018). Ogni anno infatti il 10%-15% dei titoli emessi dai governi dell’Eurozona giunge a scadenza. Secondo l’impianto della proposta, in sede di rifinanziamento, ogni Stato potrebbe pagare un premio assicurativo (concettualmente assimilabile al prezzo di un credit default swap) al capitale del Fondo Salva-Stati per ricevere in cambio la garanzia del Fondo sul debito di nuova emissione nei termini della responsabilità solidale (joint liability) di tutti i paesi dell’Eurozona sul debito assicurato.

L’importo del premio dipenderebbe dall’eccesso di rischio-sovrano di ciascuno stato rispetto al valore medio dell’area euro. In questo modo, l’ammontare complessivo di rischio del sistema verrebbe gradualmente riallocato tra tutti i paesi membri. L’obbligo di pagamento dei premi assicurativi graverebbe solo sui paesi con un livello di rischio superiore alla media; mentre, quelli meno rischiosi come la Germania, l’Olanda o l’Austria non sarebbero chiamati ad alcun versamento aggiuntivo rispetto a quelli già effettuati al Meccanismo di Stabilità. L’introduzione di una responsabilità solidale sul debito garantito modificherebbe le aspettative degli investitori portandoli a scommettere sulla progressiva sparizione dello spread attraverso nuovi convergence trades, con conseguente riduzione del prezzo della garanzia richiesto ai paesi rischiosi, anche in un momento di probabile recessione.

Al paracadute monetario e dell’ESM, infine i governi dovrebbero affiancare un impianto normativo di sostegno agli investimenti, in grado di essere operativo nel momento in cui la recessione aggredirà il PIL e l’occupazione. Gli strumenti attualmente disponibili sono inadeguati. Alcune indicazioni su come trovare la soluzione vengono dal recente successo dei PIR (Piani Individuali di Risparmio) in Italia che hanno riconnesso il risparmio all’economia reale e che mostrano, tra l’altro, come il piccolo investitore italiano ha ancora appetito per il rischio in presenza di condizioni ragionevoli di redditività. Non solo. È necessario anche notare il recente record assoluto di liquidità delle famiglie, pari a quasi 1000 miliardi, improduttiva in termini di interessi nei conti correnti nazionali. Il fardello del debito pubblico pesa mediamente su ogni famiglia italiana per quasi 92.000 €; questo peso è il 60% del risparmio che ogni famiglia ha investito in attività finanziarie e il doppio delle disponibilità liquide in termini di depositi. Meno di 3.000 € è poi quanto ogni famiglia versa di tasse allo Stato per pagare gli interessi sulla propria quota di debito pubblico. Il crollo del nostro Prodotto Interno Lordo degli ultimi 5 anni – e la conseguente impennata del rapporto debito/PIL – d’altronde è attribuibile in gran parte alla riduzione degli investimenti. Un ruolo fondamentale assume l’improvvisa scomparsa della mano pubblica nella realizzazione di infrastrutture.

Da qui l’idea: un fondo d’investimento in infrastrutture in grado di sostenere le economie europee durante la fase recessiva globale, ad esempio in Italia funzionale ad approntare un polo logistico strategico come quello portuale e ferroviario nel Sud del nostro Paese che diverrebbe poi operativo e redditizio nella successiva fase di ripresa economica. In questo fondo ogni famiglia potrebbe investire le proprie disponibilità liquide fino al massimo della propria quota del debito pubblico. Non potrà in altri termini entrare nel fondo disinvestendo altre attività finanziarie come ad esempio i titoli di Stato, così da evitare sgradevoli effetti sullo spread del debito pubblico.

Il rendimento base di questo investimento – dato che ha ripagato la propria quota di debito pubblico – potrebbe essere l’abbuono a vita della propria quota di tasse a supporto del pagamento degli interessi. Un beneficio che potrebbe essere trasmesso poi al coniuge stile pensione di reversibilità se il beneficio atteso in termini di vita residua dovrebbe essere troppo basso per l’investitore più anziano. Inoltre sarebbe previsto un extra-rendimento collegato alla redditività delle infrastrutture. Il fondo in sostanza emetterebbe delle obbligazioni il cui rendimento sarebbe collegato alla capacità di ammodernare e rilanciare il Paese; ovviamente attraverso un’ingegneria finanziaria – opportunamente dosata – lo Stato potrebbe fare anche leva per investire di più creando obbligazioni con profili crescenti di rischiosità, durata e redditività rispetto al capitale investito in grado di attrarre anche investitori di tipo istituzionale specializzati nel settore.

Naturalmente a supporto del piano sarebbe necessaria una profonda revisione normativa del sistema giuridico che regola gli appalti, la costruzione di grandi infrastrutture e il contenzioso, favorendo un “leveling the playing field” a livello europeo, nella prospettiva di velocizzare quanto più possibile gli iter burocratici che attualmente rallentano il processo di investimento in maniera eccessiva. Dall’investimento privato dei PIR, i piani individuali di risparmio, si passerebbe all’investimento pubblico dei Piani Individuali per l’impiego della Liquidità a supporto dell’abbattimento del Debito e del rilancio delle Infrastrutture (PILDI).

* Esponente del Comitato Scientifico di EURECA

 

CONVEGNO I PROBLEMI IRRISOLTI DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO NELLE PROSPETTIVE EUROPEE

Minenna entra in EURECA: ‘Perchè la Germania studia la fuga dall’euro’

Marcello Minenna, economista, dirigente responsabile dell’ufficio Analisi Quantitative e Innovazione Finanziaria presso la CONSOB, fine conoscitore delle regole europee, entra nel Comitato Scientifico di EURECA, ai cui lettori offre questo importante articolo.
di Marcello Minenna

Nonostante un’economia che va a pieni giri, con la crescita del PIL al 3%, la disoccupazione al 3,6% ai minimi da 40 anni ed un surplus commerciale record che sfiora i 300 miliardi di €, i maggiori economisti tedeschi sono assai preoccupati per le sue sorti. La minaccia più immediata? Che il dibattito sulle riforme dell’Unione monetaria prenda una piega concreta verso la condivisione dei rischi, grazie soprattutto alle (timide) pressioni francesi e data l’inspiegabile assenza dell’Italia. Infatti, una riforma dell’Eurozona anche solo debolmente risk-shared che aumentasse (di poco) i trasferimenti di risorse verso i Paesi periferici vorrebbe dire rinunciare al comodo status quo attuale, nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni a prezzi ultra-competitivi.
La proposta ufficiale del gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn e Karl Konrad del Planck-Institut e niente meno che il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt è radicale ma non sorprendente: la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito.
Con buona pace dell’irrevocabilità dell’Euro, dell’irreversibilità del processo di integrazione ed altri sinonimi altisonanti invocati a fasi alterne dall’euro-burocrazia, i tedeschi vogliono una via di uscita chiara dall’Euro. Al momento attuale infatti per un Paese membro l’unica possibilità di abbandonare l’Euro passa proprio attraverso l’applicazione dell’articolo 50, che però richiederebbe anche l’uscita tout court dall’Unione Europea e dal mercato unico. Una scelta con dei costi per l’economia manifatturiera tedesca, così ultra-integrata con i suoi Paesi satelliti, che appaiono proibitivi anche al gruppo di pensatori radicali tedeschi.
L’intellighenzia teutonica è soprattutto crucciata dall’accumularsi dei c.d. saldi Target2, con squilibri crescenti tra le banche centrali creditrici dei Paesi core e quelle debitrici dei Paesi periferici. Il saldo a credito della Bundesbank a fine febbraio 2018 ha raggiunto un picco monstre di 913 miliardi di € (ben più alto del precedente record raggiunto nel 2012). È importante capire come questa preoccupazione faccia senso solo perché negli ambienti accademici tedeschi oramai si ragiona esplicitamente nella direzione di una Germania senza Euro.
È stato ripetuto più volte con chiarezza che il saldo Target2 tedesco rappresenta solo una stratificazione di registrazioni contabili di operazioni finanziarie già regolate (e quindi “morte”) tra il sistema bancario tedesco e il resto delle banche europee, che hanno già fatto affluire un oceano di liquidità nell’economia tedesca riveniente perlopiù dal surplus commerciale e dal processo di nazionalizzazione dei rischi.
Tuttavia, per il peculiare funzionamento del sistema Target2, le banche centrali nazionali – che intermediano sempre le operazioni transfrontaliere delle proprie banche – non regolano tra loro le transazioni, iscrivendo semplicemente la posta all’interno del proprio bilancio. I saldi Target2 insomma sono debiti e crediti fittizi tra banche centrali, non esigibili e senza nessuna scadenza, remunerati infatti da un tasso di interesse minimo, quasi simbolico.

Per capire meglio: un’azienda italiana che importa dalla Germania attraverso la propria banca nazionale genera automaticamente un “debito” Target2 per la Banca d’Italia, perché il bonifico in partenza dalla banca italiana viene trasferito alla corrispondente banca tedesca direttamente dalla Bundesbank. Però i fondi in partenza dalla banca italiana si “fermano” contabilmente in Banca d’Italia, che non paga nulla alla Bundesbank, ma iscrive semplicemente un debito nel proprio bilancio nei confronti della banca centrale tedesca. Lo stesso succede se una banca italiana compra un BTP da una banca tedesca.
Considerato che Banca d’Italia e Bundesbank sono solo succursali della BCE dov’è il problema? Se l’Unione monetaria rimane intatta non ci sarà mai nessun problema, i saldi Target2 rimarranno solo sulla carta e potrebbero essere potenzialmente di entità illimitata.
Rimarrebbero testimonianza contabile – questo sì – di uno squilibrio persistente nei flussi commerciali e finanziari dell’Eurozona provocato prima dalla fissazione irrevocabile dei tassi di cambio delle precedenti valute dei Paesi membri e poi dalle logiche segregazioniste dei rischi sottese alle misure straordinarie della BCE. Ricordiamo infatti che i prestiti (LTRO) erogati da Francoforte tra il 2011 e il 2012 sono stati usati dalle banche periferiche per saldare crediti commerciali verso le banche franco-tedesche e assorbire le loro esposizioni in Govies (titoli di Stato) del Sud Europa. Se fossero andati direttamente a imprese e famiglie, i saldi Target2 non si sarebbero mossi. Parimenti se col Quantitative Easing la BCE avesse comprato direttamente i titoli di Stato senza coinvolgere le banche centrali nazionali. Una sintesi efficace delle più recenti ricerche in materia effettuata dalla London School of Economics per conto dell’Europarlamento nel novembre 2017 (TARGET (im)balances at record level: Should we worry?) evidenzia proprio queste caratteristiche strutturali delle divergenze nei saldi Target2.
SE SI ESCE DALL’EURO CHI PAGA I DEBITI DI TARGET2 ? – Se un Paese sta progettando di abbandonare la moneta unica, i rischi virtuali che sono stati “segregati” nei saldi Target2 si materializzano. Ipotesi: l’Italia decide di uscire, magari attraverso l’art.50 del Trattato di Lisbona. La Banca d’Italia si scinde dalla BCE riacquisendo una propria autonomia di bilancio. In questo caso i saldi Target2 diventerebbero debiti e crediti reali tra autorità monetarie ben distinte. Nello scenario probabile di forte stress economico e finanziario indotto dall’abbandono dell’Unione Europea, la Banca d’Italia – tornata verosimilmente sotto il controllo governativo – non avrebbe certo tra le sue priorità il pagamento di debiti (peraltro senza nessuna scadenza) per 440 miliardi di € alle altre banche centrali dell’Eurozona.
Ecco dunque che in questa prospettiva si capiscono le preoccupazioni tedesche. Il loro credito “potenziale” di oltre 900 miliardi verso l’Eurozona potrebbe essere di impossibile riscossione se si trovassero di fronte ad un’uscita unilaterale di un Paese Periferico come Italia e Spagna, o anche se fosse il governo tedesco ad optare per il ritorno ad un nuovo marco. Il presidente della Bundesbank Weidmann ne è pienamente consapevole e non a caso da anni propone un’ipotesi di collateralizzazione dei saldi Target2 dove le banche centrali dovrebbero porre a garanzia di eventuali deficit degli attivi di sicuro valore, come l’oro.
Allo stato attuale non è chiaro né se in caso di uscita unilaterale i saldi debbano essere regolati, né in quale valuta di riferimento. Su questo si può dibattere a lungo: in una celebre risposta del gennaio 2017 all’interrogazione di due euro-parlamentari italiani, il Presidente Mario Draghi dichiarò pubblicamente che nel caso estremo di un’uscita unilaterale dalla moneta unica i saldi sarebbero dovuti essere regolati nell’immediato, ed in Euro. Un’interpretazione autentica e radicale, che rinfocolò in parte le tensioni sulla tenuta dell’Eurozona alla vigilia del voto presidenziale francese. Lo stesso Draghi però pochi mesi dopo fece marcia indietro, su una nuova interrogazione da parte di europarlamentari olandesi, dichiarando che la BCE stessa non poteva fare ipotesi sulla fine dell’Euro data la sua irrevocabilità.
A ben vedere infatti, la dichiarazione di Draghi implicava specularmente che le nazioni a credito come Germania ed Olanda dovessero essere “premiate” per la decisione di uscita con il regolamento in euro – e non in valute nazionali – a proprio favore dei saldi Target2. Un incentivo all’uscita, in pratica, che la BCE non poteva legittimamente sostenere.
D’altro canto, dall’analisi della documentazione legale sul sistema di pagamenti Target2 sembra che i conti tecnici su cui vengono regolate materialmente le transazioni siano soggetti a legge nazionale. Di conseguenza nel caso estremo di un’uscita unilaterale dall’unione monetaria da parte di uno dei Paesi membri, non è possibile escludere che un eventuale tentativo di ridenominazione in valuta diversa dall’Euro (come nuove lire, o dracma o peseta, verosimilmente svalutate) non possa essere tentato in sede legale dal Paese uscente.
Dal punto di vista della Germania dunque, sia che si concretizzi il rischio di un’Italexit innescata da un governo non cooperativo con la disciplina fiscale dell’area Euro, sia che si vada verso una riforma dell’Unione monetaria che abbracci il principio della condivisione dei rischi, conviene che esista una procedura ordinata di uscita dall’Euro. Alle loro condizioni, ovviamente.
LA PROPOSTA TEDESCA PER USCIRE DALL’EURO – Secondo la triade Sinn- Konrad- Schmidt, la clausola dovrebbe far parte di un nuovo pacchetto di riforme che si inserirebbe nel più ampio progetto lanciato dalla Commissione Europea lo scorso 6 dicembre e che comprende tra l’altro l’istituzione del Fondo Monetario Europeo e di un Ministro unico per l’Eurozona. A quanto si capisce dal materiale disponibile, l’attivazione della clausola di uscita sarebbe su base volontaria, ma fortemente proceduralizzata nei tempi e nelle modalità di negoziazione. Un punto chiave che sembra trasparire è che i saldi Target2 andrebbero regolati, magari non nell’immediato, ma con modalità che seguirebbero una laboriosa negoziazione, come è accaduto per la determinazione del Divorce Bill tra Regno Unito ed Unione Europea.
Nel caso “malaugurato” in cui l’euro-burocrazia e gli altri Paesi riuscissero a forzare il processo di integrazione verso una mutualizzazione dei rischi “inaccettabile”, una via di fuga di questo tipo consentirebbe alla Germania di poter abbandonare l’Eurozona con condizioni di vantaggio. Innanzitutto non dovrebbe abbandonare l’Unione Europea (ed il mercato unico) e manterrebbe poi un privilegio legale all’escussione dei 900 miliardi di saldi Target2 a credito nei confronti di tutti gli altri Paesi membri. La clausola offrirebbe alla Germania un cuscinetto anche nel caso in cui fosse l’Italia a decidere l’uscita, impedendo attraverso la fissazione di una procedura rigida una dissoluzione disordinata dell’Unione monetaria, con i relativi riflessi drammatici sui sistemi bancari e finanziari.
FATTIBILITA’ DELLA CLAUSULA EUR-EXIT DA PARTE ITALIANA – L’Euro è nato esplicitamente senza prevedere la possibilità di una retromarcia da parte di uno dei Paesi membri, con la motivazione che ciò avrebbe rafforzato il processo unidirezionale di integrazione. Fu una scelta di carattere politico della cui efficacia ex-post e dell’opportunità ex-ante è lecito dubitare. L’economista USA Martin Feldstein definì la scelta di negare la possibilità di uscita come deleteria e foriera di conflitti. Di sicuro l’assenza di una clausola di uscita traeva la sua legittimazione da una prospettiva integrazione complessa, prima di tutto monetaria, ma successivamente fiscale ed infine politica. C’era cioè il presupposto implicito che ci si stesse muovendo verso un’”Europa dei trasferimenti” e della solidarietà; a che pro altrimenti decidere di bruciare i ponti rispetto al passato? La proposta degli economisti tedeschi però antepone l’interesse nazionale a quello comunitario, prevedendo una scappatoia per la Germania proprio da quell’Europa dei trasferimenti che fungeva da presupposto al “salto nel buio” della moneta unica e che aveva già garantito tramite la cancellazione del debito tedesco una riunificazione senza troppi contraccolpi delle due Germanie. In una lettura non troppo distante dalla realtà, la Germania ha remato negli anni “contro” l’idea di un’Europa pienamente federale, quantomeno a livello fiscale, impantanando il processo di integrazione. In questo contesto mutato – di cui bisognerà prendere atto prima o poi – l’inserimento in linea di principio di una clausola di Eur-exit indica sicuramente, nelle parole di Stefano Fassina, “consapevolezza storica, economica e politica”. Nella sostanza, disegnare una clausola di uscita che possa tutelare il Paese periferico richiedente appare tutt’altra storia e mi vede piuttosto scettico. Le modalità indicate dagli economisti tedeschi sono ovviamente pro domo sua, ed appaiono fortemente penalizzanti per il nostro Paese. Al di là dell’esigibilità dei saldi Target2, una procedura di Eur-exit rigida nei tempi e nelle modalità stile Art.50 tenderebbe ad aumentare piuttosto che ridurre i costi di uscita per l’Italia. Quale sarebbe infatti la posizione della BCE nel periodo di negoziazione? Fungerebbe da ombrello protettivo per il sistema bancario nazionale fino alla fine del periodo transitorio o ridurrebbe gradualmente il suo impegno? Anche se la ‘attitude’ della BCE fosse apparentemente collaborativa, rimarrebbe comunque uno strumento di pressione da parte degli Stati rimanenti al fine di raggiungere un accordo più favorevole, come d’altronde l’esperienza della crisi greca del 2015 insegna piuttosto bene. Storicamente tocca constatare come gli accordi di cambi fissi tendono a rompersi improvvisamente. Può apparire paradossale ma l’esistenza di una Banca Centrale unica a sostegno di un sistema di cambi fissi può solo complicare il processo di ritorno alle valute nazionali.

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Giulio Terzi: ’L’Italia impari a difendere l’interesse nazionale’

L’incontro promosso da EURECA intitolato ‘Portiamo i cittadini in Europa’ fa seguito a quello dello scorso 1 Agosto (“Perché esortare tutte le forze politiche a votare NO all’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati europei”).
Quella dell’estate scorsa era Terzistata una discussione importante. Aveva fatto emergere un generale consenso che l’esperienza del Fiscal Compact è superata, non replicabile né prorogabile. Quell’esperienza non è stata una pagina positiva per il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni – le più importanti- che riguardano il nostro interesse nazionale in Europea.

Avevamo ricordato lo scorso Agosto come la decisione di aderire al Fiscal Compact si fosse basata su tre condizioni essenziali legate tra loro:
*riforme strutturali negli Stati membri;
*rigore finanziario e riduzione dell’indebitamento ma solo se associato a crescita e sviluppo.
*esclusione di vincoli più rigidi di quelli esistenti nel Patto di stabilità e di crescita.
Nella passata legislatura , nonostante alcuni progressi ,non si è realizzato quell’insieme di riforme che era stata la “conditio sine qua non” del Fiscal Compact.
La corruzione resta endemica e diffusa così come la criminalità di stampo mafioso .
La situazione delle nostre banche , date per solidissime al momento dell’adesione al Fiscal Compact e durante i tre anni successivi, continua a preoccupare i partner europei. Così come i ritardi nella riforma della giustizia, dell’azione penale e della prescrizione.
Le riforme ancora in cantiere e quelle varate con Leggi o Decreti legge non tradottisi in disposizioni attuative, restano al disotto degli standard ai quali l’Italia si era impegnata nel lontano 2012. . Dal 2012 al 2016 il nostro indebitamento è peggiorato del 10%. Per la crescita il saldo del quinquennio è stato negativo per quasi il 2%.
Lo stesso vale , a onore del vero , per gli epocali ritardi e insufficienze dell’Unione a trazione tedesca nell’avviare politiche di rilancio della crescita, di creazione di una vera Unione Bancaria, di almeno parziale mutualizzazione del debito.
Avevamo constatato lo scorso agosto che un voto a favore del Fiscal Compact , o una sua convalida attraverso una “formula Juncker” che by-passerebbe i Parlamenti , sarebbe pericolosamente sganciata dalla realtà.
Il nuovo Parlamento deve dare un chiaro mandato al Governo per una politica europea dell’Italia basata sull’interesse nazionale, come fanno tutti in Europa . Vecchi impegni disattesi da Bruxelles o da Roma devono essere rinegoziati . Il prossimo Parlamento e Governo dovranno essere chiari con gli Italiani: l’Italia diventerà credibile e influente a Bruxelles, Parigi e Berlino non quando “ farà quello che chiede l’Europa”, ma quando farà quello che invocano – disperatamente – decine di milioni di italiani. Quando saranno tangibili i progressi su tre aspetti essenziali che si colgono in qualsiasi conversazione con interlocutori europei al difuori delle formule diplomatiche:
– A)affermazione decisa e senza compromessi della legalità, contro tutte le mafie, che molti europei considerano annidate nella nostra economia, e perfino nelle nostre Istituzioni;
– B)sicurezza e tutela delle frontiere europee che noi abbiamo la responsabilità di proteggere nel Mediterraneo;
– C)controllo della spesa pubblica , e creazione di un’affidabile governance bancaria.

Qualche giorno fa un’ esponente del movimento “+ Europa”, affermava la tesi: “ ora che a Berlino è nata la nuova Grosse Koalizion, si concretizza un’intesa franco tedesca sull’ Europe e l’Italia deve salire subito su questo treno, per essere tra i primissimi”. Quale treno, diretto dove, con quali compagni di viaggio? Il treno franco-tedesco è in corsa da tempo. Saltare sul vagone di coda? Esperti franco- tedeschi starebbero lavorando da mesi alle ricette da somministrare all’Eurozona.

Al momento dell’insediamento di Macron all’Eliseo si era levato dalle sponde del Tevere un coro di Osanna per le sue idee sull’Europa. L’entusiasmo estivo si è poi attenuato: quando il Presidente francese ha rimarcato le differenze tra Parigi e Roma sull’immigrazione illegale, sulla governance dell’Eurozona, sulle crisi bancarie, e sulla politica industriale.

Un seria politica estera richiede piattaforme precise e una solida base di alleanze. La realtà fluida del nostro continente rende anacronistica l’ansia per nuovi “Direttori Europei”. Li abbiamo troppo spesso inseguiti magari diventandone “junior partner”, salvo poi stigmatizzare gli stessi Direttori quando siamo rimasti esclusi. In una stagione così difficile non si può continuare a far credere che tutto vada bene perché l’Italia va a braccetto con i Grandi, senza aver pienamente compreso e previamente negoziato le implicazioni per la nostra economia, sicurezza, e interesse nazionale.

Quale sarà nei prossimi mesi l’influenza di Berlino su Parigi? Ieri Le Monde ha scritto che Macron contava su Merkel per cambiare insieme a lei l’Europa. Ma la Cancelliera è ridotta l’ombra di sé stessa. Il problema immediato per il Presidente francese è non deludere i suoi, trasformando in boomerang le speranze alimentate con l’enfatico discorso della Sorbona . Non gli resta molto tempo. Per ora ci sono stati progressi sulla Difesa Europea- con le PESCO- ma poco altro. Il motore franco tedesco pare inceppato . Il rafforzamento di Macron e l’indebolimento della Merkel ribalta il rapporto di forza che ha dominato la politica europea da quasi trent’anni.

Ma questo non è l’intero quadro. Insieme alla leadership di Macron si notano nuove personalità significative , molto diverse da lui sia per linea politica che per partiti di riferimento : il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz;
il Presidente ungherese Orban; i governi di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Una seconda questione riguarda il posizionamento delle forze politiche italiane in vista delle elezioni europee tra sedici mesi. Con il crollo dei socialisti in Germania e in Francia, il Presidente francese pensa di creare un altro gruppo da lui ispirato nell’europarlamento, e si sta adoperando per portare un suo candidato – la danese Margrethe Vestager alla presidenza della Commissione. Il disegno è quello di creare all’interno del Parlamento un confronto sui principi dell’Unione che superi le tradizionali famiglie politiche. Si tratta di scelte importanti per le nostre forze politiche.

Un terzo aspetto, che pure interessa molto l’Italia riguarda l’intesa che Macron chiede insistentemente a Berlino sulle misure di rafforzamento nella stabilità dell’Euro in una sorta di “grand bargain” fra tutti i Governi dell’Eurozona. Benché un meccanismo di ristrutturazione automatica del debito non sia incluso nell’accordo della grande coalizione tedesca , è stato da tempo ritenuto scontato che tale meccanismo sia cruciale per il rafforzamento dell’Eurozona.

Il Ministero delle Finanze tedesco aveva sostenuto lo scorso anno che si doveva insistere con gli investitori ad essere più prudenti nell’acquistare titoli di debito sovrano nell’Eurozona, così da aumentare le discipline negli Stati membri e ridurre la dimensione di “bailout” pagati dal contribuente. Idea questa fortemente sostenuta da altri come gli olandesi. Gli oppositori di queste misure includono diversi Paesi dell’Eurozona. La decurtazione automatica del valore dei titoli creerebbe di per se stessa un ciclo di crisi indotte e panico tra gli investitori. Gli analisti mettono in guardia l’Italia che ha la più alta percentuale di debito rispetto al PIL di qualsiasi altro paese tranne la Grecia. Vi sono possibili compromessi, come accresciuti poteri all’European Stability Mecanism .

Gli equilibri fra Parigi e Berlino riguardano anche altri temi da tempo nell’agenda di Macron: un Ministro delle Finanze europeo; accresciuti poteri al Parlamento Europeo; la creazione di un fondo monetario europeo. Nel 2012 la Francia non era stata in grado , o non aveva voluto, fare sponda con l’Italia per arginare l’esagerata austerità tedesca e l’assenza di politiche solidali . Questa volta il quadro è mutato. La leadership francese sembra poter prevalere difronte a una Germania meno decifrabile e determinata. Ma ciò non significa che sia Macron a sostenere i nostri interessi nazionali.

L’instabilità del perno franco tedesco dovrebbe sconsigliare di salire su treni non sicuri quando esistono considerevoli spazi di iniziativa diplomatica e di nuove alleanze all’interno dell’Eurozona e tra i 27. Su un principio di metodo potremmo utilmente seguire invece Macron: quello di far parlare, stimolare e ascoltare i cittadini e tutte le categorie interessate, per definire una nostra strategia europea basata sull’interesse nazionale.

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Giulio Terzi: Iran un pericolo l’Europa apra gli occhi

di GIULIO TERZI *

Con il discorso sulla “decertificazione” dell’Accordo sul nucleare con l’Iran (JCPOA) da parte dell’Amministrazione americana, il Presidente Trump è andato ben al di là di quanto ci si potesse aspettare, confermando una linea che già dal novembre scorso, dopo la sua vittoria, si mostrava altamente probabile.

Su nessun altro tema di politica estera, quanto sul rapporto con l’Iran, Trump e i suoi più importanti collaboratori avevano mostrato una volontà così reiterata e manifesta a cambiare nettamente una strategia, quella della Presidenza Obama,che a loro giudizio era di mero “appeasement ” verso il regime degli Ayatollah. Una strategia che a giudizio del candidato Trump, sin da prima della sua nomination alla Convenzione Repubblicana, era fallita perché il JCPOA era stato negoziato sin dall’inizio con l’obiettivo di essere sottoscritto da Washington a qualsiasi prezzo, all’insegna che “anche un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”.

Dai primi mesi della sua attuazione era invece parso chiaro al candidato repubblicano alla Casa Bianca che l’Accordo Nucleare avrebbe assicurato nuove e essenziali risorse finanziarie, e politiche, all’Iran per intensificare la sua azione di interferenza nei paesi vicini, di destabilizzazione regionale, di l’incondizionato sostegno a un regime criminale come quello di Assad in Siria, e di sostegno al terrorismo internazionale attraverso “proxy” come Hezbollah e altri, e con il fondamentale contributo della Guardia della Rivoluzione Islamica iraniana.

Non si può certo dire che i Paesi del “5+1” che avevano sottoscritto insieme all’Amministrazione Obama il JCPOA non fossero pienamente informati. Ciononostante i governi europei, e in particolare Renzi e Gentiloni, hanno perseguito una politica di forte incoraggiamento e sostegno – con garanzie fornite da denaro pubblico – a tutto il mondo imprenditoriale italiano. Il Governo ha quotidianamente dipinto l’Iran come una sorta di Eldorado: dove correre a realizzare facili profitti, senza mai fare un neppur blando accenno ai considerevoli rischi esistenti nelle norme sanzionatorie che pur rimanevano in vigore, né alle incognite di ogni tipo esistenti nel sistema creditizio e finanziario iraniano, o al rischio di riciclaggio per terrorismo, o di rapporti con entità iraniane sotto sanzione, nella miriade di eventi, missioni, incontri organizzati a tutti i livelli nazionali e locali di Governo.

Tanto meno nella linea seguita da Roma si è mai neppur voluto lontanamente considerare l’ipotesi – sotto gli occhi di tutti dal momento dell’elezione di Donald Trump – della fine subitanea o lenta del JCPOA. La decertificazione imprime una incisiva svolta non solo alla politica estera di Washington verso l’Iran. Essa costituisce un nuovo dato di fatto di estrema importanza per tutti i paesi Europei: a cominciare dalla presa d’atto di un elemento di rischio ancor più elevato nel correre verso un Eldorado che, in realtà, è sempre stato un miraggio.

Anche in qualità di “Senior Advisor” di UANI (United Against Nuclear Iran), una organizzazione no-profit impegnata dal 2008 a impedire che l’Iran acquisisca l’arma nucleare, ho contribuito da tempo a promuovere una informata discussione sulla reale natura della Repubblica Islamica dell’Iran e sugli innumerevoli rischi cui possono incorrere coloro che decidano di rispondere positivamente alla irrealistica campagna pubblicitaria del Governo di un nuovo, quanto inesistente, “Eldorado”, spingendo le aziende italiane, per lo più di medie e piccole dimensioni, ad entrare nel mercato di Teheran tacendo completamente sui risvolti negativi di simili operazioni.

Vorrei segnalare, come esempio significativo della svolta segnata dalla elezione del Presidente Trump, quanto ho potuto rilevare a Zurigo gli scorsi 3 e 4 ottobre durante il “Forum Europa — Iran”. All’appuntamento annuale giunto alla sua quarta edizione sono intervenute circa 400 Autorità e operatori economici tra i quali esponenti governativi iraniani, diplomatiche, rappresentanti di aziende iraniane ed europee, di cui solo tre italiani.

Rispetto al clima ottimistico della edizione del 2016, in cui la totalità dei partecipanti mostrava un deciso orientamento alla valorizzazione delle opportunità del mercato iraniano, nell’attuale scenario è emerso un diffuso senso di inquietudine, con il marcato convincimento – espresso nel sondaggio conclusivo del Forum dal 67% dei partecipanti – di una instabilità crescente e ancor di più, dopo la prevedibile decertificazione, un aumento del “business risk”. Le preoccupazioni maggiori sono state riconosciute nelle difficoltà di attuare una efficace “due-diligence” che salvaguardi le aziende europee dalle sanzioni USA nel caso di relazioni economico-commerciali con entità iscritte nelle “blacklist” redatte dal Dipartimento del Tesoro americano, oltreché di tenere nel giusto conto le più recenti segnalazioni del FATF/GAFI (Financial Action Task Force/Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale), un organismo intergovernativo impegnato nell’elaborazione e lo sviluppo di strategie di lotta al riciclaggio dei capitali, di prevenzione del finanziamento al terrorismo e al contrasto del finanziamento della proliferazione di armi di distruzione di massa. Proprio in considerazione di questi ultimi aspetti è da sottolineare la totale assenza delle Banche internazionali tra i partecipanti all’edizione 2017,diversamente dalla precedente edizione.

Degno di nota, tristemente è il caso di dire, è l’intervento tenuto al forum di Zurigo dal Segretario Generale del SEAE, il servizio diplomatico dell’UE, Helga Schmid che si è limitata ad inquadrare le relazioni tra Unione Europea ed Iran nel solo campo delle previsioni tecniche del JCPOA, rispetto le quali l’Iran avrebbe mostrato di essere “adempiente”. La Schmid ha tenuto a rassicurare la platea sulla tenuta dell’Accordo sul nucleare, nonostante le possibilità di un’inversione di rotta da parte americana, evitando al contempo di affrontare un qualsiasi riferimento alle tematiche che invece l’UE, per sua stessa natura, dovrebbe ritenere essenziali nei rapporti internazionali. Il pensiero va ai numerosi test di missili balistici condotti da Teheran, in totale violazione della Risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU n.2231 del 2015; il ruolo destabilizzante nella regione mediorientale con il sostegno ad Hezbollah che si è reso responsabile di odiosi crimini contro l’umanità nelle azioni militari a supporto del regime di Assad in Siria; il numero spaventosamente alto delle esecuzioni capitali (una gran parte svolte pubblicamente) e la persistente violazione dei diritti umani universali, delle minoranze, delle donne e della comunità LGBT. Un evidente strabismo quello di Bruxelles, come a dimostrazione che l’Unione Europea non abbia nulla da eccepire nel normalizzare i rapporti con un Paese in quasi totale contrapposizione con gli standard minimi della comunità internazionale.”

* Presidente del Comitato scientifico di EURECA

Giulio11

Giulio Terzi: il Fiscal Compact ha fallito

                                  di GIULIO TERZI 

Ripercorrendo la genesi del Fiscal Compact, illustrata da Angelo Polimeno, si deve apprezzare il fatto che EURECA nasce dal fondamentale “diritto di conoscere”: un diritto sempre più avvertito nelle democrazie liberali, quale principio essenziale di trasparenza e di partecipazione troppo spesso disatteso.
Non vi è dubbio che il Prof. Guarino abbia dimostrato sensibilità per il diritto dei cittadini italiani a “conoscere” le valutazioni giuridiche, politiche ed economiche che hanno fatto decidere ai Governi degli ultimi due decenni di passare dal Trattato di Maastricht, al Patto di Stabilità, e infine al Fiscal Compact.
Sono passati cinque anni e mezzo dal discorso del Presidente del Consiglio Mario Monti al Senato, il 25 gennaio 2012, sulle decisioni che l’Italia doveva prendere per affrontare non soltanto nell’immediato, ma soprattutto nel medio e lungo periodo, i pericolosi squilibri determinatisi nell’eurozona ed i rischi di una destabilizzazione economico-finanziaria dalle conseguenze gravissime. In quel discorso, accolto con ricorrenti applausi dagli ampi settori dell’emiciclo che sostenevano il Governo, il Presidente Monti chiariva che l’adesione al Fiscal Compact era basata su alcune condizioni essenziali per l’assetto della governance della zona euro e per il futuro stesso dell’Unione europea:
1) “Il superamento della crisi economica, finanziaria e sociale che attanaglia l’Europa dipendono da riforme strutturali, che sono nelle mani e nella capacità di decisione degli Stati membri.
2) Il Governo si sta muovendo su due direttrici: un’agenda europea che coniughi l’indispensabile attenzione al rigore finanziario con la crescita e lo sviluppo.
3) Evitare vincoli o limiti procedurali più rigidi o ulteriori sanzioni rispetto a quelli esistenti nel Patto di stabilità e di crescita, cosı` come ammodernato nell’ambito del cosiddetto six pack, che fa già parte dell’ordinamento
giuridico dell’Unione europea.
4) Tre sono le componenti fondamentali di questo mosaico: il perfezionamento
dei sistemi di disciplina delle finanze pubbliche, la definizione di una batteria di firewall, cioè di strumenti di stabilizzazione utili per prevenire ed evitare il contagio finanziario tra Paesi e il rilancio di politiche per la crescita e l’occupazione. Sono tutte e tre da me definite tessere di un mosaico che per funzionare veramente non può che essere unitario ed includerle dunque tutte”.

A più di cinque anni da queste importanti enunciazioni, il mosaico è composto purtroppo da molti più spazi bianchi che non da un disegno coerente e ben costruito. Gli ultimi tre Governi, oltre che in una certa misura lo stesso Governo Monti, non sono riusciti o non hanno potuto realizzare le riforme incisive che in quel gennaio 2012 venivano ritenute la “conditio sine qua non” per sostenere, beneficiandone a nostra volta, ulteriori rapidi progressi nell’integrazione economico-finanziaria, e quindi in quella politica. Mercato del lavoro, lotta alla corruzione, risanamento e governance delle banche – incredibilmente date dai responsabili di Governo per solidissime sino a non molti mesi fa, e già costate al contribuente e ai risparmiatori, oltre trenta miliardi di euro, dopo lo svuotamento dei diversi fondi Atlante e i ripetuti rifinanziamenti pubblici – ritardi di anni nella riforma della giustizia, dell’azione penale e della prescrizione, hanno dato risultati che forse neppure gli osservatori più scettici in Europa, e nel Parlamento italiano, prevedevano poter essere così deludenti nelle settimane in cui il Governo Monti negoziava il Fiscal Compact.
Inoltre, due direttrici fondamentali, quella della riduzione progressiva dell’indebitamento a partire dal 2012, perché questo era il chiaro impegno di rientro dell’indebitamento al di sotto del 60% entro venti anni – sia pure tenendo conto di una certa flessibilità – e l’altra direttrice, quella della crescita, hanno preso nel primo caso una direzione diametralmente opposta, e nel secondo caso si è verificata un sostanziale stop. Questo significa che da quando abbiamo aderito al Fiscal Compact il nostro indebitamento è peggiorato, e non migliorato, aggravando la piramide del debito di quasi altri dieci punti percentuale. Mentre sul versante della crescita il saldo del quinquennio è sempre in negativo per quasi il 2%.

Una valutazione politica sull’opportunità di esprimere un giudizio positivo con un voto a favore del Fiscal Compact non può che essere determinata dai risultati oggettivi che i Governi in carica da quando l’Italia ha aderito al Fiscal Compact sono riusciti ad ottenere per rafforzare ruolo e influenza dell’Italia all’interno dell’Eurozona e dell’Unione nel suo insieme, con l’obiettivo di imprimere una svolta alla finanza pubblica e in particolare alla riduzione del debito, e alle dinamiche di una crescita sostenuta da riforme veramente incisive.
Non si vede come il giudizio possa essere positivo. Un voto a favore del Fiscal Compact darebbe quindi la prova di una visione utopica della realtà e dei problemi che continuano a caratterizzare purtroppo il nostro Paese, senza la volontà di affrontarli veramente, in uno gattopardismo fuori tempo.

Vorrei fare una considerazione conclusiva sulla situazione nella quale ci troviamo dopo l’elezione di Emmanuel Macron. In questi due mesi hanno ripreso quota, progetti di un’integrazione rafforzata, sul piano politico, economico e monetario: creazione di un Parlamento dell’ Eurozona, di un Ministro delle finanze e di un bilancio per la zona Euro, rilanciando le ipotesi più “sovrannazionali” contenute nel piano Juncker. Ipotesi come quella di usare l’European Stability Mechanism-ESM- per creare degli “European Safe Bonds”; o la creazione di un fondo comune Europeo per la disoccupazione destinato a Paesi in particolare difficoltà.

Entrambe le proposte mostrano comunque le difficoltà di trovare dei punti di equilibrio tra l’attuale struttura dell’eurozona e una piena unione politica che consenta a Bruxelles una più ampia supervisione dei bilanci nazionali, del mercato del lavoro e del welfare. Come in un “dejà vu”, il Governo italiano si è entusiasticamente lanciato ad abbracciare qualsiasi idea proveniente dall’Eliseo, di rafforzata integrazione dell’Eurozona: notiamo bene, di rafforzata integrazione previamente concordata tra Francia e Germania, che taluni hanno immediatamente dichiarato di voler automaticamente sottoscrivere, in nome e per conto di tutti gli italiani. Ci stiamo infilando nel “modello Macron” senza che ancora nessuno, se non forse Angela Merkel, l’abbia discusso e rapportato al proprio interesse nazionale?
Non vi è stata neanche questa volta, almeno sino ad ora, alcuna seria preparazione di una piattaforma negoziale e neppure di una visione condivisa dell’Italia sull’Europa che vogliamo. Manca una strategia del Governo per far conoscere all’opinione pubblica le strade ancora aperte per il nostro Paese, e per far maturare una visione il più possibile condivisa di Europa, superando sia i termini avvilenti del “fuori dall’Euro “da un lato, e gli appelli irrealistici per una ”Europa sempre più coesa dall’altro”.

Un aspetto che si dovrebbe collocare al centro delle politiche di convergenza all’interno dell’eurozona riguarda la lotta alla corruzione in Italia. Su questo non si insiste‎ abbastanza. Dovremmo invece trovare molto significativo che il Presidente Macron, in una Francia che non si trova certo nella situazione dell’Italia come dimostrano le statistiche del “Corruption Perception Index” di Transparency International, abbia annunciato quale prima e più urgente priorità del nuovo Governo l’adozione di una legge sul contrasto alla corruzione nella attività politica francese, sul conflitto di interessi, e gli abusi di potere.
La prima delle politiche di convergenza che il nostro Paese deve adottare è la tolleranza zero verso la corruzione. Con una moltitudine di sei milioni di poveri nel Paese, la corruzione rappresenta la più abietta tassa sulle categorie deboli.

La tolleranza zero verso la corruzione deve nascere da fondamentali considerazioni su ruolo, posizione, e credibilità dell’Italia in Europa e sulla scena globale. L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i Paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione, più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, e con un indebitamento di almeno trenta punti inferiore a quello italiano. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente spesa pubblica e indebitamento.
Le misure per rilanciare l’economia devono quindi assicurare il rispetto degli standard europei e OCSE, la certezza del diritto e un habitat “business friendly”.
Il rilancio dell’economia e la ricostituzione della credibilità internazionale del nostro Paese deve seguire un programma preciso, e un impegno che ancora purtroppo non si vede.

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Giulio11

Articolo di Giulio Terzi: come cambiare l’Unione

di GIULIO TERZI – 

 

Desidero ringraziare i promotori di EURECA ‎ e in particolare il Prof. Giuseppe Guarino, il Dott. Angelo Polimeno, il Prof. James Kenneth Galbraith, e Mr. James, per avermi dato l’opportunità e il privilegio di essere parte di questa importante iniziativa.

Ripercorrendo la sua genesi, credo si debba apprezzare il fatto che EURECA nasce dal fondamentale “diritto di conoscere”: un diritto sempre più avvertito nelle democrazie liberali, quale principio essenziale di trasparenza e di partecipazione che tuttavia viene troppo spesso disatteso e persino negato nelle decisioni  che coinvolgono interessi, libertà, diritti politici, economici e sociali di centinaia di milioni di europei.

 

Non vi è alcun dubbio che, più di molti altri protagonisti della politica europea degli ultimi vent’anni, il Prof. Guarino abbia dimostrato sensibilità per il diritto dei cittadini italiani a “conoscere”: il diritto a conoscere senza cortine fumogene tutti i veri interessi, le valutazioni giuridiche, politiche ed economiche che hanno fatto decidere ai Governi degli ultimi due decenni di passare dal Trattato di Maastricht, al Patto di Stabilità, e infine al Fiscal Compact. Ritengo sia stata una vera fortuna che un protagonista della costruzione europea -europeista convinto- come il Prof. Guarino, si sia trovato in forte sintonia intellettuale e etica con un grande studioso e giornalista come Angelo Polimeno.

 

Li vorrei ringraziare anche per un motivo personale.

 

Insieme a un gruppo qualificato di personalità attive nella tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sono da tempo impegnato a promuovere i principi dello Stato di Diritto attraverso la definizione di un vero e proprio “Diritto alla conoscenza” che venga riconosciuto dall’ordinamento internazionale‎.

 

Abbiamo lanciato un Comitato Globale per lo Stato di Diritto. L’abbiamo voluto dedicare a Marco Pannella, che l’aveva fortemente voluto. Stiamo lavorando in alcune direzioni – libertà’ dell’informazione e dei media, diritti delle minoranze, trasparenza nell’attività di Governo-, affinché il “Diritto alla conoscenza” si affermi concretamente, quale principio fondante della democrazia rappresentativa, della legittimazione  e dell’accountability politica.

 

L’obbligo a promuovere lo Stato di diritto all’interno dell’Unione e nei rapporti verso l’esterno è definito con estrema chiarezza dai Trattati, da un’infinità di Comunicazioni della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo, di “Action Plan” e intese di Partenariato.

 

Nonostante pochi altri principi “costituzionali” dell’Unione vengano richiamati con tanta insistenza quanto la promozione dello Stato di Diritto, forse nessun altro viene poi lasciato così di frequente nell’ombra. Nella pratica corrente il diritto dei cittadini a conoscere cosa realmente sia avvenuto nei processi decisionali europei e cosa stia avvenendo, è scientemente diluito e offuscato dai Governi, senza che il mondo dei media -specialmente in Italia- si affatichi troppo per accende almeno qualche riflettore.

 

Tutto questo è accaduto, e continuerà inevitabilmente ad accadere senza una diffusa e incisiva reazione della società civile, per aspetti di cruciale rilevanza che hanno dominato la scena dell’integrazione europea negli ultimi vent’anni: in particolare nelle vicende che hanno portato all’adozione del Patto di Stabilità, e del Fiscal Compact.

 

Vorrei quindi fare due considerazioni:

 

1) la prima sulla ricostruzione -ammirevole contributo alla “conoscenza”- fatta dal Professor Guarino delle vicende e delle storture che hanno portato l’Italia nel Patto di Stabilità, prima e nel Fiscal Compact poi; e sulla situazione nella quale ci troviamo dopo l’elezione di Emmanuel Macron alla Presidenza francese e l’immediato rinsaldarsi del binomio franco-tedesco;

 

2) la mia seconda considerazione riguarda l’illusione che ulteriori alchimie monetarie e istituzionali, o riedizioni delle ingabbiature che una volta si chiamavano “vincoli esterni” possano riportare l’Italia al centro dell’Europa, se non sarà rapidamente vinta -e non soltanto sfiorata- la battaglia contro la corruzione. Nell’Eurozona i Paesi perdenti sono quelli che hanno livelli di corruzione tripli rispetto ai Paesi più “virtuosi” che trovano nell’Euro punti di forza, e non soltanto degli handicap per le loro economie. I Paesi perdenti dell’Eurozona registrano -per effetto diretto e del loro sistema corruttivo- indebitamenti di quaranta/cinquanta punti più elevati di quanto registrino i Paesi con indici di corruzione nettamente inferiori.

 

A. Ricostruzione dei negoziati post Maastricht sull’Unione Economica e Monetaria, Patto di Stabilità e Fiscal Compact, e nuove ipotesi franco-tedesche di rafforzamento dell’eurozona.

 

Le posizioni espresse dal Prof. Guarino nel suo famoso libro del 2013 -Saggio di verità sull’Europa e sull’Euro- sono state poi riprese e contestualizzate da Angelo Polimeno in “Non chiamatelo Euro”.

 

In questi giorni riprendono quota per impulso di Parigi e di Berlino progetti di un’integrazione rafforzata, sul piano politico, economico e monetario, con la creazione di un Parlamento dell’Eurozona, di un Ministro delle finanze e della creazione di un bilancio per la zona Euro, rilanciando di fatto la prima ipotesi- quella più “sovranazionale”- contenuta nel piano Juncker dei mesi scorsi.

Sono in discussione soprattutto due principali ipotesi. La prima, quella di usare l’European Stability Mechanism-ESM- per creare degli “European Safe Bonds” –ESB- che l’ESM emetterebbe, garantiti da Governi dell’Eurozona. In un primo tempo l’onere della garanzia sarebbe individuale per i Paesi partecipanti, ma in un secondo tempo diverrebbe collettivo,‎ trasformando gli ESB in veri Eurobonds. La seconda ipotesi è la creazione di un fondo comune Europeo per la disoccupazione destinato a Paesi in particolare difficoltà. Si rileva sin d’ora le problematicità di entrambe le proposte. Sulla prima, per l’improbabilità di garanzie sufficienti che sostengano gli ESB e l’impatto che avrebbero in ogni caso sui Bonds concorrenti dei paesi con maggiori difficoltà di finanziare il debito pubblico. Per quanto riguarda il Fondo assicurativo per la disoccupazione, esso presuppone una armonizzazione dei mercati del lavoro assai più pronunciata di quella esistente.

 

Entrambe le proposte mostrano comunque le difficoltà di trovare dei punti di equilibrio tra l’attuale struttura dell’eurozona e una piena unione politica che consenta a Bruxelles una più ampia supervisione dei bilanci nazionali, del mercato del lavoro e del welfare. Un percorso reso ancora più arduo se le iniziative in discussione rendessero necessaria -come in effetti rendono, se non si vogliono ripetere vecchi errori- ampie modifiche dei Trattati, e conseguenti ratifiche parlamentari e referendarie‎.

 

Come in un fastidioso “dejà vu”, il Governo italiano si è entusiasticamente lanciato ad abbracciare qualsiasi idea proveniente dall’Eliseo, di rafforzata integrazione dell’Eurozona: notiamo bene, di rafforzata integrazione previamente concordata tra Francia e Germania, che taluni “europeisti ad occhi bendati” che occupano importanti incarichi nel Governo Gentiloni hanno immediatamente dichiarato di voler automaticamente sottoscrivere,  in nome e per conto di tutti gli italiani.

 

Se rileggiamo le pagine di Polimeno, è inevitabile constatare come stiamo commettendo un’altra volta gli stessi errori, con identica superficialità, e mancanza di qualsiasi “accountability” verso i cittadini, di cui hanno dato prova altri  Governi. In primo luogo, perché ci stiamo infilando nel “modello Macron” senza che ancora nessuno, tranne forse Angela Merkel, l’abbia ancor discusso e rapportato al proprio interesse nazionale. In secondo luogo, non abbiamo avuto modo di discuterne in Parlamento, nel mondo dell’informazione e negli ambiti associativi dove pure dovrebbe maturare l’equilibrata e diffusa rappresentazione dell’interesse nazionale e della volontà dei cittadini.

 

Non vi è stata neanche questa volta, almeno sino ad ora, alcuna seria preparazione di una piattaforma negoziale e neppure di una visione condivisa dell’Italia sull’Europa che vogliamo, mentre siamo sommersi da discussioni inconcludenti e autoreferenziali tra i principali partiti: dal fallito referendum costituzionale, a una legge elettorale che assicuri la massima cooptazione e  il maggior consociativismo possibili.

 

Manca invece una strategia del Governo per far conoscere all’opinione pubblica le strade ancora aperte per il nostro Paese, e per far maturare una visione il più possibile condivisa di Europa, superando sia i termini avvilenti del “fuori dall’Euro “da un lato, e irrealistici per la maggior parte degli italiani dell’Europa sempre più coesa dall’altro”. Iniziative come la nostra, con EURECA, intendono contribuire a colmare un pericoloso vuoto di approfondimento e dibattito.

 

Vogliamo forse che fra qualche anno si riproduca la situazione di un Regolamento 1466/97 che ha sottratto elementi di Sovranità ai paesi membri al di là delle prescrizioni dei Trattati Europei, o di un Fiscal Compact che per stessa ammissione di uno dei maggiori conoscitori della materia, citato da ‎Polimeno, “non viene fatto nel quadro del Trattato, ma al di fuori”? Un eminente economista e accademico americano come il professor Galbraith ,con l’equilibrio di chi guarda alle questioni europee dall’esterno, ritiene “sconvolgente” che nella forma attuale l’Eurozona esista solo al di fuori dell’inquadramento costituzionale dei Trattati Europei, e che il regolamento 1466/97 privi tutti i Governi dell’Eurozona del diritto di esercitare il potere sovrano, garantito da Maastricht, nella determinazione della propria politica economica.

Come sottolinea il Prof. Galbraith, riprendendo gli scritti del Prof. Guarino e del Dott. Polimeno, “Atto Unico Europeo e Maastricht definivano obiettivi per uno sviluppo armonioso e bilanciato delle attività economiche dell’Unione, crescita sostenibile e non inflazionistica, rispetto per l’ambiente, alto livello di convergenza, alto livello di occupazione e protezione sociale, crescita dello standard di vita, coesione economica e solidarietà tra gli Stati membri. Ma a determinare il vero corso dell’Eurozona, il Regolamento 1466/97 impone un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo nonché l’andamento previsto del rapporto debito pubblico/PIL.”

 

Come possiamo allora consentire che non si affronti seriamente questa colossale stortura normativa, ora che si profila, nelle intenzioni franco tedesche, una sostanziale riforma degli stessi Trattati? Come poter ancora tacere -in una fase di rinegoziato ad ampio spettro degli impegni e dell’architettura dell’Unione- su una situazione che ha determinato politiche economiche guidate da Bruxelles e da Berlino che hanno sì prodotto crescita e surplus commerciali, ma nella sola Mitteleuropa, ed invece economie in caduta libera nell’Europa Mediterranea?

 

Il pensiero di Guido Carlo su un “vincolo esterno” ‎inteso a favorire la convergenza tra economie molto diverse dovrebbe tener sempre conto dell’interazione tra quelle che Carli chiamava “strutture superficiali e strutture profonde”. Una distinzione che sembra ritornare in recenti analisi ,come quella, tra gli altri, di Joseph Stiglitz.‎ Nel suo lavoro, recentemente uscito in Italia, l’economista della Columbia University, osserva: “Quando un Paese rinuncia al controllo sui tassi di cambio e di interesse può andare incontro a molti problemi, a meno che non intervenga facendo qualcosa. L’entità dei costi e la natura di questo “qualcos’altro” dipendono da molti fattori, fra cui il grado di similitudine dei Paesi in questione… L’economista Robert Mundell ha ricevuto il Premio Nobel per aver formulato la seguente domanda e aver trovato la risposta: quali sono le condizioni in presenza delle quali un gruppo di Paesi può avere una moneta unica? La sua analisi ha chiarito che i Paesi dell’Euro sono troppo diversi per condividere senza difficoltà una stessa moneta… Per questo Maastricht imponeva ai membri aderenti all’eurozona di soddisfare i cosiddetti criteri di convergenza… specialmente deficit e debito”.

 

B. Un aspetto che si dovrebbe collocare al centro delle politiche di convergenza riguarda la lotta alla corruzione in Italia. Su questo aspetto  non si è avuto sinora avuto il coraggio né la volontà politica di insistere ‎ abbastanza, a Roma e a Bruxelles.

‎Dovremmo invece  trovare molto significativo che il Presidente Macron, in una Francia che non si trova certo nella situazione dell’Italia come dimostrano le statistiche del “Corruption Perception Index” di Transparency International, abbia annunciato quale prima e più urgente priorità del nuovo Governo l’adozione di una legge sul contrasto alla corruzione nell’attività politica francese, sul conflitto di interessi, e gli abusi di potere.

La prima delle politiche di convergenza che il nostro Paese deve adottare è la tolleranza zero verso la corruzione. Con una moltitudine di sei milioni di poveri nel Paese, la corruzione rappresenta la più abietta tassa sulle categorie deboli. Non c’è servizio pubblico, riscaldamento di abitazioni, prestazione sanitaria, scuola, attività economica i cui costi, disponibilità, efficienza, non siano pesantemente alterati dalla corruzione. È la diffusa pratica corruttiva a rappresentare il peggior handicap sulla credibilità internazionale del nostro Paese, sulle solidarietà che chiediamo a Bruxelles e Berlino per contenere l’immigrazione illegale, per rifinanziare per l’ennesima volta banche decotte,‎ per dare ancora una volta flessibilità alla finanza pubblica.

 

La tolleranza zero verso la corruzione deve nascere da fondamentali considerazioni su ruolo, posizione, e credibilità dell’Italia in Europa e sulla scena globale. L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i Paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione, che sono più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, e che di conseguenza hanno un indebitamento di almeno trenta punti percentuali sotto il livello italiano, con tendenza al ribasso. La corruzione affossa l’economia dell’Italia probabilmente più di ogni altra cosa. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente la spesa pubblica e l’indebitamento.

 

Dei diciannove Paesi dell’Eurozona sono ben quindici quelli che confermano la saldatura tra un debito inferiore al 100% di PIL e un ”corruption perception index – CPI, di Transparency International” migliore di quello calcolato per l’Italia. Per il “nocciolo duro” dell’Eurozona, che dovrebbe alla fine trasferire risorse di bilancio ai meno virtuosi in caso di mutualizzazione dei debiti, e di garanzie sui depositi bancari, la saldatura tra basso debito e basso indice di corruzione è particolarmente evidente: mentre Italia e Grecia sono rispettivamente al 47° e 44° posto nell’“indice di corruzione-CPI”, con debiti del 133% e del 196%, Finlandia, Germania, Austria, Lussemburgo, Estonia, Paesi Bassi sono tra il 23° e il 2° posto di CPI, e almeno 50 punti al disotto del debito italiano.

 

Se l’Italia resta inchiodata da quattro anni al disotto del quarantasettesimo posto nell’indice della corruzione globale -quel “Corruption Perception Index” di Transparency International che corrisponde d’altra parte alle analisi OCSE, World Bank e Commissione EU-, se ogni giorno l’opinione pubblica e gli investitori nazionali e esteri sono sommersi da storie di criminalità economica, collusioni malavitose e inquinamento della politica, se lo stesso Commissario Cantone sta facendo sovrumani sforzi ma spesso deve riconoscere che le sue fatiche cambiano troppo poco le cose, se Expo 2015 si è conclusa con un giro enorme di affari sospetti ancora non chiariti, e neppure rendicontati‎, ci saremmo dovuti attendere almeno alcune chiare, conclusive manifestazioni di volontà, se non dei risultati appariscenti, da parte degli ultimi Governi nella lotta alla corruzione.

 

Invece, abbiamo dovuto constatare come leggi e misure che avrebbero dovuto essere qualificanti, e per alcuni versi decisive, non lo sono affatto state, come ad esempio la legge sulla cooperazione allo sviluppo che invece di sbarrare la strada all’assegnazione diretta e alla licitazione privata, tradizionali veicoli privilegiati per affarismi e consorterie nel mondo della cooperazione allo sviluppo, eleva non solo a dismisura il tetto della assegnazione diretta, ma addirittura eliminai controlli della contabilità generale dello Stato.

 

Il nuovo “Codice degli Appalti” non costituisce, a giudizio di molti, un esempio di trasparenza e di garanzia contro i noti sistemi del massimo ribasso, delle varianti in corso d’opera, e degli adeguamenti‎. Commercialisti e tributaristi lamentano l’impraticabilità delle formule proposte dal Codice degli Appalti.

 

Le misure per rilanciare l’economia devono quindi assicurare il rispetto degli standard europei e OCSE, la certezza del diritto e un habitat “business friendly”. Le misure da prendere sono note a tutti, suggerite con molta insistenza da tutti i principali organismi intergovernativi e non governativi del mondo occidentale, come Transparency International. Ad esempio:

– l’interruzione dei termini di decorrenza della prescrizione dal momento di avvio delle indagini. Centinaia di procedimenti penali decadono ogni mese vanificando enormi impegni di risorse finanziarie e umane, minando la credibilità della lotta alla corruzione. Il numero di condannati per reati economici in Italia è meno di un ventesimo di quelli detenuti per gli stessi reati in Germania. Abbiamo mai avuto la sensazione che criminalità economica e malavita organizzata siano in Germani venti volte più della nostra? Non illudiamoci che queste mancanze di impegno, di volontà politica e di risultati del nostro Paese non producano poi alcun effetto negativo, e restino un “fattore neutro” quando invochiamo solidarietà nel salvataggio delle banche o nell’accoglienza incondizionata della immigrazione illegale;

– la protezione dei “whistleblowers”. Un’esigenza che si è confermata negli ultimi anni per perseguire le derive anche di una finanza e di un sistema bancario irresponsabile, sanzionato da condanne, risarcimenti e multe per centinaia di miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, e quasi nulla in Italia, per effetto della prescrizione e delle contrapposte strumentalizzazioni politiche nelle indagini;

– il rafforzamento dei poteri di vigilanza della Banca d’Italia sull’intero sistema del credito e un rapporto più collaborativo e trasparente tra le istituzioni Europee e Italiane nel contrasto alla corruzione, nella vigilanza su attività creditizie e finanziarie;

– fisco e spesa pubblica costituiscono altre due ampie aree di intervento: sono stati effettuato interventi di finanza pubblica definiti dagli osservatori internazionali “helicopter money”. Erogazioni con palesi finalità “pre-elettorali”, invece di cogliere il momento favorevole per interventi strutturali sul debito e sulla fiscalità. Negli ultimi due anni tassi di interesse vicini allo zero hanno consentito di risparmiare almeno 20mldE all’anno nel finanziamento del debito pubblico. Anziché destinarli alla riduzione del debito e del cuneo fiscale, il Governo ha aumentato la spesa con  interventi a pioggia‎. Il prelievo fiscale complessivo indicato dal DEF è ancora in aumento di 11mldE, e supererà nel 2117 gli 800 mldE. Non è quindi vero che la “manovrina” chiesta da Bruxelles pari a 3,4 mld non sia in alcun modo finanziata dall’aumento delle imposte. Non ve ne saranno di nuove, ma aumenteranno quelle esistenti;

– Giavazzi e Alesina hanno scritto che inizia ora una partita con i mercati finanziari per la sottoscrizione di un debito pubblico posseduto per 500mldE da stranieri e per altri 1000mld E da detentori di BTP. E’ purtroppo finita la stagione dei tassi vicini allo zero per la tendenza all’aumento dei tassi Usa, per la diminuzione del Quantitative Easing, e per la ripresa delle spinte inflazionistiche determinate per noi in particolare dai prezzi energetici. Un quadro decisamente più difficile per il Governo che sarà in carica dopo la fine di quest’anno, reso ancor più problematico dalle incognite elettorali e le incertezze che gravano sull’Eurozona;

– in ossequio a alcuni interessi l’Italia ha frenato una vera e efficace politica Europea dell’energia, che assicuri a tutta l’Unione un peso decisivo nel negoziare con i Paesi fornitori, a cominciare dalla Russia, ponendosi come blocco unitario anziché come miriade di interlocutori sempre in competizione. Il risultato è, come alcuni osservano da tempo, che imprese e singoli utenti pagano il gas russo almeno il 15% al disopra della media europea. Un handicap rilevante per il rilancio della nostra economia. E’ veramente tempo di situarci tra i convinti fautori di una politica Europea dell’energia.

 

Vi sono quindi alcune cose da fare:

anzitutto stare con i piedi in terra per quanto riguarda la sostenibilità del debito pubblico; l’uscita dall’Euro per ridenominare il debito in lire, con l’illusione di ridurlo, produrrebbe un default e una spirale incontrollabile per l’economia, tipo quella dei “tango bond”;
una seconda priorità riguarda la spesa pubblica. La lista delle Spending Review rimaste nei cassetti è inaccettabile. Così come la volontà di non far nulla per vietare l’assegnazione di contratti a licitazione privata nella grande maggioranza delle pubbliche forniture degli enti locali, o per sopprimere moltissime delle diecimila aziende municipalizzate che servono soltanto a pagare lautamente amministratori del nulla, o delle misure di trasparenza, certezza del Diritto, ed efficacia di indagini e sentenze che inizino finalmente a stroncare una politica connivenze con il malaffare.
Il rilancio dell’economia e la ricostituzione della credibilità internazionale del nostro Paese deve seguire un programma preciso, e un impegno che ancora purtroppo non si vede. Credo debba essere questa la prima delle politiche di convergenza per il nostro Paese.