Articolo di Giulio Terzi: come cambiare l’Unione

di GIULIO TERZI – 

 

Desidero ringraziare i promotori di EURECA ‎ e in particolare il Prof. Giuseppe Guarino, il Dott. Angelo Polimeno, il Prof. James Kenneth Galbraith, e Mr. James, per avermi dato l’opportunità e il privilegio di essere parte di questa importante iniziativa.

Ripercorrendo la sua genesi, credo si debba apprezzare il fatto che EURECA nasce dal fondamentale “diritto di conoscere”: un diritto sempre più avvertito nelle democrazie liberali, quale principio essenziale di trasparenza e di partecipazione che tuttavia viene troppo spesso disatteso e persino negato nelle decisioni  che coinvolgono interessi, libertà, diritti politici, economici e sociali di centinaia di milioni di europei.

 

Non vi è alcun dubbio che, più di molti altri protagonisti della politica europea degli ultimi vent’anni, il Prof. Guarino abbia dimostrato sensibilità per il diritto dei cittadini italiani a “conoscere”: il diritto a conoscere senza cortine fumogene tutti i veri interessi, le valutazioni giuridiche, politiche ed economiche che hanno fatto decidere ai Governi degli ultimi due decenni di passare dal Trattato di Maastricht, al Patto di Stabilità, e infine al Fiscal Compact. Ritengo sia stata una vera fortuna che un protagonista della costruzione europea -europeista convinto- come il Prof. Guarino, si sia trovato in forte sintonia intellettuale e etica con un grande studioso e giornalista come Angelo Polimeno.

 

Li vorrei ringraziare anche per un motivo personale.

 

Insieme a un gruppo qualificato di personalità attive nella tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sono da tempo impegnato a promuovere i principi dello Stato di Diritto attraverso la definizione di un vero e proprio “Diritto alla conoscenza” che venga riconosciuto dall’ordinamento internazionale‎.

 

Abbiamo lanciato un Comitato Globale per lo Stato di Diritto. L’abbiamo voluto dedicare a Marco Pannella, che l’aveva fortemente voluto. Stiamo lavorando in alcune direzioni – libertà’ dell’informazione e dei media, diritti delle minoranze, trasparenza nell’attività di Governo-, affinché il “Diritto alla conoscenza” si affermi concretamente, quale principio fondante della democrazia rappresentativa, della legittimazione  e dell’accountability politica.

 

L’obbligo a promuovere lo Stato di diritto all’interno dell’Unione e nei rapporti verso l’esterno è definito con estrema chiarezza dai Trattati, da un’infinità di Comunicazioni della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo, di “Action Plan” e intese di Partenariato.

 

Nonostante pochi altri principi “costituzionali” dell’Unione vengano richiamati con tanta insistenza quanto la promozione dello Stato di Diritto, forse nessun altro viene poi lasciato così di frequente nell’ombra. Nella pratica corrente il diritto dei cittadini a conoscere cosa realmente sia avvenuto nei processi decisionali europei e cosa stia avvenendo, è scientemente diluito e offuscato dai Governi, senza che il mondo dei media -specialmente in Italia- si affatichi troppo per accende almeno qualche riflettore.

 

Tutto questo è accaduto, e continuerà inevitabilmente ad accadere senza una diffusa e incisiva reazione della società civile, per aspetti di cruciale rilevanza che hanno dominato la scena dell’integrazione europea negli ultimi vent’anni: in particolare nelle vicende che hanno portato all’adozione del Patto di Stabilità, e del Fiscal Compact.

 

Vorrei quindi fare due considerazioni:

 

1) la prima sulla ricostruzione -ammirevole contributo alla “conoscenza”- fatta dal Professor Guarino delle vicende e delle storture che hanno portato l’Italia nel Patto di Stabilità, prima e nel Fiscal Compact poi; e sulla situazione nella quale ci troviamo dopo l’elezione di Emmanuel Macron alla Presidenza francese e l’immediato rinsaldarsi del binomio franco-tedesco;

 

2) la mia seconda considerazione riguarda l’illusione che ulteriori alchimie monetarie e istituzionali, o riedizioni delle ingabbiature che una volta si chiamavano “vincoli esterni” possano riportare l’Italia al centro dell’Europa, se non sarà rapidamente vinta -e non soltanto sfiorata- la battaglia contro la corruzione. Nell’Eurozona i Paesi perdenti sono quelli che hanno livelli di corruzione tripli rispetto ai Paesi più “virtuosi” che trovano nell’Euro punti di forza, e non soltanto degli handicap per le loro economie. I Paesi perdenti dell’Eurozona registrano -per effetto diretto e del loro sistema corruttivo- indebitamenti di quaranta/cinquanta punti più elevati di quanto registrino i Paesi con indici di corruzione nettamente inferiori.

 

A. Ricostruzione dei negoziati post Maastricht sull’Unione Economica e Monetaria, Patto di Stabilità e Fiscal Compact, e nuove ipotesi franco-tedesche di rafforzamento dell’eurozona.

 

Le posizioni espresse dal Prof. Guarino nel suo famoso libro del 2013 -Saggio di verità sull’Europa e sull’Euro- sono state poi riprese e contestualizzate da Angelo Polimeno in “Non chiamatelo Euro”.

 

In questi giorni riprendono quota per impulso di Parigi e di Berlino progetti di un’integrazione rafforzata, sul piano politico, economico e monetario, con la creazione di un Parlamento dell’Eurozona, di un Ministro delle finanze e della creazione di un bilancio per la zona Euro, rilanciando di fatto la prima ipotesi- quella più “sovranazionale”- contenuta nel piano Juncker dei mesi scorsi.

Sono in discussione soprattutto due principali ipotesi. La prima, quella di usare l’European Stability Mechanism-ESM- per creare degli “European Safe Bonds” –ESB- che l’ESM emetterebbe, garantiti da Governi dell’Eurozona. In un primo tempo l’onere della garanzia sarebbe individuale per i Paesi partecipanti, ma in un secondo tempo diverrebbe collettivo,‎ trasformando gli ESB in veri Eurobonds. La seconda ipotesi è la creazione di un fondo comune Europeo per la disoccupazione destinato a Paesi in particolare difficoltà. Si rileva sin d’ora le problematicità di entrambe le proposte. Sulla prima, per l’improbabilità di garanzie sufficienti che sostengano gli ESB e l’impatto che avrebbero in ogni caso sui Bonds concorrenti dei paesi con maggiori difficoltà di finanziare il debito pubblico. Per quanto riguarda il Fondo assicurativo per la disoccupazione, esso presuppone una armonizzazione dei mercati del lavoro assai più pronunciata di quella esistente.

 

Entrambe le proposte mostrano comunque le difficoltà di trovare dei punti di equilibrio tra l’attuale struttura dell’eurozona e una piena unione politica che consenta a Bruxelles una più ampia supervisione dei bilanci nazionali, del mercato del lavoro e del welfare. Un percorso reso ancora più arduo se le iniziative in discussione rendessero necessaria -come in effetti rendono, se non si vogliono ripetere vecchi errori- ampie modifiche dei Trattati, e conseguenti ratifiche parlamentari e referendarie‎.

 

Come in un fastidioso “dejà vu”, il Governo italiano si è entusiasticamente lanciato ad abbracciare qualsiasi idea proveniente dall’Eliseo, di rafforzata integrazione dell’Eurozona: notiamo bene, di rafforzata integrazione previamente concordata tra Francia e Germania, che taluni “europeisti ad occhi bendati” che occupano importanti incarichi nel Governo Gentiloni hanno immediatamente dichiarato di voler automaticamente sottoscrivere,  in nome e per conto di tutti gli italiani.

 

Se rileggiamo le pagine di Polimeno, è inevitabile constatare come stiamo commettendo un’altra volta gli stessi errori, con identica superficialità, e mancanza di qualsiasi “accountability” verso i cittadini, di cui hanno dato prova altri  Governi. In primo luogo, perché ci stiamo infilando nel “modello Macron” senza che ancora nessuno, tranne forse Angela Merkel, l’abbia ancor discusso e rapportato al proprio interesse nazionale. In secondo luogo, non abbiamo avuto modo di discuterne in Parlamento, nel mondo dell’informazione e negli ambiti associativi dove pure dovrebbe maturare l’equilibrata e diffusa rappresentazione dell’interesse nazionale e della volontà dei cittadini.

 

Non vi è stata neanche questa volta, almeno sino ad ora, alcuna seria preparazione di una piattaforma negoziale e neppure di una visione condivisa dell’Italia sull’Europa che vogliamo, mentre siamo sommersi da discussioni inconcludenti e autoreferenziali tra i principali partiti: dal fallito referendum costituzionale, a una legge elettorale che assicuri la massima cooptazione e  il maggior consociativismo possibili.

 

Manca invece una strategia del Governo per far conoscere all’opinione pubblica le strade ancora aperte per il nostro Paese, e per far maturare una visione il più possibile condivisa di Europa, superando sia i termini avvilenti del “fuori dall’Euro “da un lato, e irrealistici per la maggior parte degli italiani dell’Europa sempre più coesa dall’altro”. Iniziative come la nostra, con EURECA, intendono contribuire a colmare un pericoloso vuoto di approfondimento e dibattito.

 

Vogliamo forse che fra qualche anno si riproduca la situazione di un Regolamento 1466/97 che ha sottratto elementi di Sovranità ai paesi membri al di là delle prescrizioni dei Trattati Europei, o di un Fiscal Compact che per stessa ammissione di uno dei maggiori conoscitori della materia, citato da ‎Polimeno, “non viene fatto nel quadro del Trattato, ma al di fuori”? Un eminente economista e accademico americano come il professor Galbraith ,con l’equilibrio di chi guarda alle questioni europee dall’esterno, ritiene “sconvolgente” che nella forma attuale l’Eurozona esista solo al di fuori dell’inquadramento costituzionale dei Trattati Europei, e che il regolamento 1466/97 privi tutti i Governi dell’Eurozona del diritto di esercitare il potere sovrano, garantito da Maastricht, nella determinazione della propria politica economica.

Come sottolinea il Prof. Galbraith, riprendendo gli scritti del Prof. Guarino e del Dott. Polimeno, “Atto Unico Europeo e Maastricht definivano obiettivi per uno sviluppo armonioso e bilanciato delle attività economiche dell’Unione, crescita sostenibile e non inflazionistica, rispetto per l’ambiente, alto livello di convergenza, alto livello di occupazione e protezione sociale, crescita dello standard di vita, coesione economica e solidarietà tra gli Stati membri. Ma a determinare il vero corso dell’Eurozona, il Regolamento 1466/97 impone un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo nonché l’andamento previsto del rapporto debito pubblico/PIL.”

 

Come possiamo allora consentire che non si affronti seriamente questa colossale stortura normativa, ora che si profila, nelle intenzioni franco tedesche, una sostanziale riforma degli stessi Trattati? Come poter ancora tacere -in una fase di rinegoziato ad ampio spettro degli impegni e dell’architettura dell’Unione- su una situazione che ha determinato politiche economiche guidate da Bruxelles e da Berlino che hanno sì prodotto crescita e surplus commerciali, ma nella sola Mitteleuropa, ed invece economie in caduta libera nell’Europa Mediterranea?

 

Il pensiero di Guido Carlo su un “vincolo esterno” ‎inteso a favorire la convergenza tra economie molto diverse dovrebbe tener sempre conto dell’interazione tra quelle che Carli chiamava “strutture superficiali e strutture profonde”. Una distinzione che sembra ritornare in recenti analisi ,come quella, tra gli altri, di Joseph Stiglitz.‎ Nel suo lavoro, recentemente uscito in Italia, l’economista della Columbia University, osserva: “Quando un Paese rinuncia al controllo sui tassi di cambio e di interesse può andare incontro a molti problemi, a meno che non intervenga facendo qualcosa. L’entità dei costi e la natura di questo “qualcos’altro” dipendono da molti fattori, fra cui il grado di similitudine dei Paesi in questione… L’economista Robert Mundell ha ricevuto il Premio Nobel per aver formulato la seguente domanda e aver trovato la risposta: quali sono le condizioni in presenza delle quali un gruppo di Paesi può avere una moneta unica? La sua analisi ha chiarito che i Paesi dell’Euro sono troppo diversi per condividere senza difficoltà una stessa moneta… Per questo Maastricht imponeva ai membri aderenti all’eurozona di soddisfare i cosiddetti criteri di convergenza… specialmente deficit e debito”.

 

B. Un aspetto che si dovrebbe collocare al centro delle politiche di convergenza riguarda la lotta alla corruzione in Italia. Su questo aspetto  non si è avuto sinora avuto il coraggio né la volontà politica di insistere ‎ abbastanza, a Roma e a Bruxelles.

‎Dovremmo invece  trovare molto significativo che il Presidente Macron, in una Francia che non si trova certo nella situazione dell’Italia come dimostrano le statistiche del “Corruption Perception Index” di Transparency International, abbia annunciato quale prima e più urgente priorità del nuovo Governo l’adozione di una legge sul contrasto alla corruzione nell’attività politica francese, sul conflitto di interessi, e gli abusi di potere.

La prima delle politiche di convergenza che il nostro Paese deve adottare è la tolleranza zero verso la corruzione. Con una moltitudine di sei milioni di poveri nel Paese, la corruzione rappresenta la più abietta tassa sulle categorie deboli. Non c’è servizio pubblico, riscaldamento di abitazioni, prestazione sanitaria, scuola, attività economica i cui costi, disponibilità, efficienza, non siano pesantemente alterati dalla corruzione. È la diffusa pratica corruttiva a rappresentare il peggior handicap sulla credibilità internazionale del nostro Paese, sulle solidarietà che chiediamo a Bruxelles e Berlino per contenere l’immigrazione illegale, per rifinanziare per l’ennesima volta banche decotte,‎ per dare ancora una volta flessibilità alla finanza pubblica.

 

La tolleranza zero verso la corruzione deve nascere da fondamentali considerazioni su ruolo, posizione, e credibilità dell’Italia in Europa e sulla scena globale. L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i Paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione, che sono più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, e che di conseguenza hanno un indebitamento di almeno trenta punti percentuali sotto il livello italiano, con tendenza al ribasso. La corruzione affossa l’economia dell’Italia probabilmente più di ogni altra cosa. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente la spesa pubblica e l’indebitamento.

 

Dei diciannove Paesi dell’Eurozona sono ben quindici quelli che confermano la saldatura tra un debito inferiore al 100% di PIL e un ”corruption perception index – CPI, di Transparency International” migliore di quello calcolato per l’Italia. Per il “nocciolo duro” dell’Eurozona, che dovrebbe alla fine trasferire risorse di bilancio ai meno virtuosi in caso di mutualizzazione dei debiti, e di garanzie sui depositi bancari, la saldatura tra basso debito e basso indice di corruzione è particolarmente evidente: mentre Italia e Grecia sono rispettivamente al 47° e 44° posto nell’“indice di corruzione-CPI”, con debiti del 133% e del 196%, Finlandia, Germania, Austria, Lussemburgo, Estonia, Paesi Bassi sono tra il 23° e il 2° posto di CPI, e almeno 50 punti al disotto del debito italiano.

 

Se l’Italia resta inchiodata da quattro anni al disotto del quarantasettesimo posto nell’indice della corruzione globale -quel “Corruption Perception Index” di Transparency International che corrisponde d’altra parte alle analisi OCSE, World Bank e Commissione EU-, se ogni giorno l’opinione pubblica e gli investitori nazionali e esteri sono sommersi da storie di criminalità economica, collusioni malavitose e inquinamento della politica, se lo stesso Commissario Cantone sta facendo sovrumani sforzi ma spesso deve riconoscere che le sue fatiche cambiano troppo poco le cose, se Expo 2015 si è conclusa con un giro enorme di affari sospetti ancora non chiariti, e neppure rendicontati‎, ci saremmo dovuti attendere almeno alcune chiare, conclusive manifestazioni di volontà, se non dei risultati appariscenti, da parte degli ultimi Governi nella lotta alla corruzione.

 

Invece, abbiamo dovuto constatare come leggi e misure che avrebbero dovuto essere qualificanti, e per alcuni versi decisive, non lo sono affatto state, come ad esempio la legge sulla cooperazione allo sviluppo che invece di sbarrare la strada all’assegnazione diretta e alla licitazione privata, tradizionali veicoli privilegiati per affarismi e consorterie nel mondo della cooperazione allo sviluppo, eleva non solo a dismisura il tetto della assegnazione diretta, ma addirittura eliminai controlli della contabilità generale dello Stato.

 

Il nuovo “Codice degli Appalti” non costituisce, a giudizio di molti, un esempio di trasparenza e di garanzia contro i noti sistemi del massimo ribasso, delle varianti in corso d’opera, e degli adeguamenti‎. Commercialisti e tributaristi lamentano l’impraticabilità delle formule proposte dal Codice degli Appalti.

 

Le misure per rilanciare l’economia devono quindi assicurare il rispetto degli standard europei e OCSE, la certezza del diritto e un habitat “business friendly”. Le misure da prendere sono note a tutti, suggerite con molta insistenza da tutti i principali organismi intergovernativi e non governativi del mondo occidentale, come Transparency International. Ad esempio:

– l’interruzione dei termini di decorrenza della prescrizione dal momento di avvio delle indagini. Centinaia di procedimenti penali decadono ogni mese vanificando enormi impegni di risorse finanziarie e umane, minando la credibilità della lotta alla corruzione. Il numero di condannati per reati economici in Italia è meno di un ventesimo di quelli detenuti per gli stessi reati in Germania. Abbiamo mai avuto la sensazione che criminalità economica e malavita organizzata siano in Germani venti volte più della nostra? Non illudiamoci che queste mancanze di impegno, di volontà politica e di risultati del nostro Paese non producano poi alcun effetto negativo, e restino un “fattore neutro” quando invochiamo solidarietà nel salvataggio delle banche o nell’accoglienza incondizionata della immigrazione illegale;

– la protezione dei “whistleblowers”. Un’esigenza che si è confermata negli ultimi anni per perseguire le derive anche di una finanza e di un sistema bancario irresponsabile, sanzionato da condanne, risarcimenti e multe per centinaia di miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, e quasi nulla in Italia, per effetto della prescrizione e delle contrapposte strumentalizzazioni politiche nelle indagini;

– il rafforzamento dei poteri di vigilanza della Banca d’Italia sull’intero sistema del credito e un rapporto più collaborativo e trasparente tra le istituzioni Europee e Italiane nel contrasto alla corruzione, nella vigilanza su attività creditizie e finanziarie;

– fisco e spesa pubblica costituiscono altre due ampie aree di intervento: sono stati effettuato interventi di finanza pubblica definiti dagli osservatori internazionali “helicopter money”. Erogazioni con palesi finalità “pre-elettorali”, invece di cogliere il momento favorevole per interventi strutturali sul debito e sulla fiscalità. Negli ultimi due anni tassi di interesse vicini allo zero hanno consentito di risparmiare almeno 20mldE all’anno nel finanziamento del debito pubblico. Anziché destinarli alla riduzione del debito e del cuneo fiscale, il Governo ha aumentato la spesa con  interventi a pioggia‎. Il prelievo fiscale complessivo indicato dal DEF è ancora in aumento di 11mldE, e supererà nel 2117 gli 800 mldE. Non è quindi vero che la “manovrina” chiesta da Bruxelles pari a 3,4 mld non sia in alcun modo finanziata dall’aumento delle imposte. Non ve ne saranno di nuove, ma aumenteranno quelle esistenti;

– Giavazzi e Alesina hanno scritto che inizia ora una partita con i mercati finanziari per la sottoscrizione di un debito pubblico posseduto per 500mldE da stranieri e per altri 1000mld E da detentori di BTP. E’ purtroppo finita la stagione dei tassi vicini allo zero per la tendenza all’aumento dei tassi Usa, per la diminuzione del Quantitative Easing, e per la ripresa delle spinte inflazionistiche determinate per noi in particolare dai prezzi energetici. Un quadro decisamente più difficile per il Governo che sarà in carica dopo la fine di quest’anno, reso ancor più problematico dalle incognite elettorali e le incertezze che gravano sull’Eurozona;

– in ossequio a alcuni interessi l’Italia ha frenato una vera e efficace politica Europea dell’energia, che assicuri a tutta l’Unione un peso decisivo nel negoziare con i Paesi fornitori, a cominciare dalla Russia, ponendosi come blocco unitario anziché come miriade di interlocutori sempre in competizione. Il risultato è, come alcuni osservano da tempo, che imprese e singoli utenti pagano il gas russo almeno il 15% al disopra della media europea. Un handicap rilevante per il rilancio della nostra economia. E’ veramente tempo di situarci tra i convinti fautori di una politica Europea dell’energia.

 

Vi sono quindi alcune cose da fare:

anzitutto stare con i piedi in terra per quanto riguarda la sostenibilità del debito pubblico; l’uscita dall’Euro per ridenominare il debito in lire, con l’illusione di ridurlo, produrrebbe un default e una spirale incontrollabile per l’economia, tipo quella dei “tango bond”;
una seconda priorità riguarda la spesa pubblica. La lista delle Spending Review rimaste nei cassetti è inaccettabile. Così come la volontà di non far nulla per vietare l’assegnazione di contratti a licitazione privata nella grande maggioranza delle pubbliche forniture degli enti locali, o per sopprimere moltissime delle diecimila aziende municipalizzate che servono soltanto a pagare lautamente amministratori del nulla, o delle misure di trasparenza, certezza del Diritto, ed efficacia di indagini e sentenze che inizino finalmente a stroncare una politica connivenze con il malaffare.
Il rilancio dell’economia e la ricostituzione della credibilità internazionale del nostro Paese deve seguire un programma preciso, e un impegno che ancora purtroppo non si vede. Credo debba essere questa la prima delle politiche di convergenza per il nostro Paese.

 

 

 

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