LOCANDINAEURECA

APRIRE L’EUROPA AI CITTADINI: TAJANI AVVIA CONFRONTO TRA PARTITI

Riformare alcuni articoli della Costituzione e aprire l’Europa alla partecipazione dei
cittadini. Questo il tema al centro del nuovo convegno promosso da EURECA,
Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie in programma domani, mercoledì 14
febbraiopresso la sala Nilde Iotti di Palazzo Tehodoli in piazza del Parlamento 19 a
Roma.
Come all’inizio dell’estate scorsa, quando si discusse di Fiscal Compact,
anche stavolta EURECA chiama a partecipare tutte le forze politiche e
nel corso della manifestazione avanzerà tre precise proposte di riforma
della nostra Carta.
L’incontro che sarà aperto dall’intervento del presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, che da mesi insiste nel richiamare la nostra politica ad una
maggiore attenzione sulle questioni europee – vedrà la partecipazione dell’amb.
Giulio Terzi, presidente del Comitato Scientifico di EURECA, che offrirà un quadro
della situazionepolitica europea alla luce degli ultimi sviluppi politici in Germania.
Quindi, il prof. Federico Tedeschini, vicepresidente di EURECA e
responsabile legaledell’Associazione, farà il punto sulla class action pubblica
promossa contro il Fiscal Compact. A seguire, il presidente di EURECA, Angelo
Polimeno Bottai, ricordando l’articolo 11 della Costituzione – nel quale si
afferma che l’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie in
condizioni di parità con gli altri stati – illustrerle tre proposte di riforma
costituzionali sulle quali chiederà a politici presenti di impegnarsi in un
lavoro comune. Seguirà l’argomentazione tecnica di Alfonso Celotto, docente
di diritto Costituzionale presso l’Università di Tor Vergata. Folta rappresentanza dei
partiti: dal ministro Beatrice Lorenzin, leader di Civici Popolari al sottosegretario agli
Esteri Benedetto della Vedova di +Europa, da Gianfranco Librandi del Pd a Maurizio Gasparri di Forza Italia, da Fabio
Massimo Castaldo a Carla Ruocco entrambi del Movimento 5 Stelle, da Guido
Crosetto di Fratelli d’Italia a Raffaele Fitto di Noi con l’Italia-Udc, da
Gianfranco Rotondi di Rivoluzione Cristiana a Alfredo D’Attorre di Liberi e
Uguali. Modera: Donatella Visconti, vicepresidente di EURECA. Il prof. Giuseppe
Sacco, docente di relazioni internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma e
presso l’Università di Shangai e new entry nel Comitato Scientifico di EURECA,
aggiornerà i presenti sull’esito del confronto internazionale sull’Europa promosso dal
prof. JamesKenneth Galbraith – anche lui membro di EURECA – e svoltosi alcune
settimane fa all’università di Austin, in Texas.

Valdis-Dombrovskis-EU-Vicepresident-Source-Bloomberg

Fiscal Compact, Bruxelles studia una nuova beffa contro le regole della democrazia

<L’incorporazione del Trattato internazionale sul Fiscal Compact nel diritto comunitario dovrà tenere conto della flessibilità relativamente all’applicazione del Patto di Stabilità>”. E’ questa la posizione della Commissione europea espressa dal vicepresidente Valdis Dombrovkis (nella foto)  all’Europarlamento. Il Fiscal Compact deve essere incorporato nel quadro legislativo Ue entro primo gennaio 2018. La Commissione avanzerà una proposta specifica il 6 dicembre, quale uno degli elementi delle proposte per approfondire l’unione economica e monetaria.

Letta così, soprattutto nella parte in cui si richiama la necessità di tenere conto delle nuove norme sulla flesssibilità, questa che arriva dalla Commissione europea sembrerebbe una buona notizia. E invece non è assolutamente così. Al contrario: è il preannuncio di un nuovo aggiramento delle norme e, soprattutto, dei Trattati europei. Il Fiscal Compact, norma che molto a nuociuto e lo fa tuttora, all’economia europea è un trattato internazionale approvato nel 2012 con questo strumento giuridico al fine di non sottoporlo al test più severo cui devo essere sottoposti i Trattati e che difficilmente avrebbe visto il FC entrare in vigore. Contestualmente al suo varo, tuttavia, tutti i paesi firmatari si impegnarono a inserirlo entro 5 anni, dunque entro il 2017, nei Trattati Ue. Questo significa che entro dicembre il FC dovrebbe passare al vaglio di tutti i parlamenti degli Stati Ue e in alcuni Paesi anche al vaglio dei cittadini con un referendum (Francia e Danimarca). Ma c’è un piccolo problema: un solo no da parte di un parlamento o da parte di un corpo elettorale farebbe decadere il FC in tutta l’Unione. Dunque, per evitare questo scomodo inconveniente imposto dai sistemi democratici, ancora una volta la Commissione Ue cerca di aggirare le norme costituzionali europee cercando di inserire il FC nel diritto europeo con una norma di rango inferiore. Preferibilmente una norma che non debba passare al vaglio dei parlamenti. Alla faccia della democrazia. Ecco spiegata la frase . Non si tratta di una gentile concessione. E’ invece l’annuncio dell’imposizione di un nuova norma illegittima.

primopiano

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Giulio11

Articolo di Giulio Terzi: come cambiare l’Unione

di GIULIO TERZI – 

 

Desidero ringraziare i promotori di EURECA ‎ e in particolare il Prof. Giuseppe Guarino, il Dott. Angelo Polimeno, il Prof. James Kenneth Galbraith, e Mr. James, per avermi dato l’opportunità e il privilegio di essere parte di questa importante iniziativa.

Ripercorrendo la sua genesi, credo si debba apprezzare il fatto che EURECA nasce dal fondamentale “diritto di conoscere”: un diritto sempre più avvertito nelle democrazie liberali, quale principio essenziale di trasparenza e di partecipazione che tuttavia viene troppo spesso disatteso e persino negato nelle decisioni  che coinvolgono interessi, libertà, diritti politici, economici e sociali di centinaia di milioni di europei.

 

Non vi è alcun dubbio che, più di molti altri protagonisti della politica europea degli ultimi vent’anni, il Prof. Guarino abbia dimostrato sensibilità per il diritto dei cittadini italiani a “conoscere”: il diritto a conoscere senza cortine fumogene tutti i veri interessi, le valutazioni giuridiche, politiche ed economiche che hanno fatto decidere ai Governi degli ultimi due decenni di passare dal Trattato di Maastricht, al Patto di Stabilità, e infine al Fiscal Compact. Ritengo sia stata una vera fortuna che un protagonista della costruzione europea -europeista convinto- come il Prof. Guarino, si sia trovato in forte sintonia intellettuale e etica con un grande studioso e giornalista come Angelo Polimeno.

 

Li vorrei ringraziare anche per un motivo personale.

 

Insieme a un gruppo qualificato di personalità attive nella tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sono da tempo impegnato a promuovere i principi dello Stato di Diritto attraverso la definizione di un vero e proprio “Diritto alla conoscenza” che venga riconosciuto dall’ordinamento internazionale‎.

 

Abbiamo lanciato un Comitato Globale per lo Stato di Diritto. L’abbiamo voluto dedicare a Marco Pannella, che l’aveva fortemente voluto. Stiamo lavorando in alcune direzioni – libertà’ dell’informazione e dei media, diritti delle minoranze, trasparenza nell’attività di Governo-, affinché il “Diritto alla conoscenza” si affermi concretamente, quale principio fondante della democrazia rappresentativa, della legittimazione  e dell’accountability politica.

 

L’obbligo a promuovere lo Stato di diritto all’interno dell’Unione e nei rapporti verso l’esterno è definito con estrema chiarezza dai Trattati, da un’infinità di Comunicazioni della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo, di “Action Plan” e intese di Partenariato.

 

Nonostante pochi altri principi “costituzionali” dell’Unione vengano richiamati con tanta insistenza quanto la promozione dello Stato di Diritto, forse nessun altro viene poi lasciato così di frequente nell’ombra. Nella pratica corrente il diritto dei cittadini a conoscere cosa realmente sia avvenuto nei processi decisionali europei e cosa stia avvenendo, è scientemente diluito e offuscato dai Governi, senza che il mondo dei media -specialmente in Italia- si affatichi troppo per accende almeno qualche riflettore.

 

Tutto questo è accaduto, e continuerà inevitabilmente ad accadere senza una diffusa e incisiva reazione della società civile, per aspetti di cruciale rilevanza che hanno dominato la scena dell’integrazione europea negli ultimi vent’anni: in particolare nelle vicende che hanno portato all’adozione del Patto di Stabilità, e del Fiscal Compact.

 

Vorrei quindi fare due considerazioni:

 

1) la prima sulla ricostruzione -ammirevole contributo alla “conoscenza”- fatta dal Professor Guarino delle vicende e delle storture che hanno portato l’Italia nel Patto di Stabilità, prima e nel Fiscal Compact poi; e sulla situazione nella quale ci troviamo dopo l’elezione di Emmanuel Macron alla Presidenza francese e l’immediato rinsaldarsi del binomio franco-tedesco;

 

2) la mia seconda considerazione riguarda l’illusione che ulteriori alchimie monetarie e istituzionali, o riedizioni delle ingabbiature che una volta si chiamavano “vincoli esterni” possano riportare l’Italia al centro dell’Europa, se non sarà rapidamente vinta -e non soltanto sfiorata- la battaglia contro la corruzione. Nell’Eurozona i Paesi perdenti sono quelli che hanno livelli di corruzione tripli rispetto ai Paesi più “virtuosi” che trovano nell’Euro punti di forza, e non soltanto degli handicap per le loro economie. I Paesi perdenti dell’Eurozona registrano -per effetto diretto e del loro sistema corruttivo- indebitamenti di quaranta/cinquanta punti più elevati di quanto registrino i Paesi con indici di corruzione nettamente inferiori.

 

A. Ricostruzione dei negoziati post Maastricht sull’Unione Economica e Monetaria, Patto di Stabilità e Fiscal Compact, e nuove ipotesi franco-tedesche di rafforzamento dell’eurozona.

 

Le posizioni espresse dal Prof. Guarino nel suo famoso libro del 2013 -Saggio di verità sull’Europa e sull’Euro- sono state poi riprese e contestualizzate da Angelo Polimeno in “Non chiamatelo Euro”.

 

In questi giorni riprendono quota per impulso di Parigi e di Berlino progetti di un’integrazione rafforzata, sul piano politico, economico e monetario, con la creazione di un Parlamento dell’Eurozona, di un Ministro delle finanze e della creazione di un bilancio per la zona Euro, rilanciando di fatto la prima ipotesi- quella più “sovranazionale”- contenuta nel piano Juncker dei mesi scorsi.

Sono in discussione soprattutto due principali ipotesi. La prima, quella di usare l’European Stability Mechanism-ESM- per creare degli “European Safe Bonds” –ESB- che l’ESM emetterebbe, garantiti da Governi dell’Eurozona. In un primo tempo l’onere della garanzia sarebbe individuale per i Paesi partecipanti, ma in un secondo tempo diverrebbe collettivo,‎ trasformando gli ESB in veri Eurobonds. La seconda ipotesi è la creazione di un fondo comune Europeo per la disoccupazione destinato a Paesi in particolare difficoltà. Si rileva sin d’ora le problematicità di entrambe le proposte. Sulla prima, per l’improbabilità di garanzie sufficienti che sostengano gli ESB e l’impatto che avrebbero in ogni caso sui Bonds concorrenti dei paesi con maggiori difficoltà di finanziare il debito pubblico. Per quanto riguarda il Fondo assicurativo per la disoccupazione, esso presuppone una armonizzazione dei mercati del lavoro assai più pronunciata di quella esistente.

 

Entrambe le proposte mostrano comunque le difficoltà di trovare dei punti di equilibrio tra l’attuale struttura dell’eurozona e una piena unione politica che consenta a Bruxelles una più ampia supervisione dei bilanci nazionali, del mercato del lavoro e del welfare. Un percorso reso ancora più arduo se le iniziative in discussione rendessero necessaria -come in effetti rendono, se non si vogliono ripetere vecchi errori- ampie modifiche dei Trattati, e conseguenti ratifiche parlamentari e referendarie‎.

 

Come in un fastidioso “dejà vu”, il Governo italiano si è entusiasticamente lanciato ad abbracciare qualsiasi idea proveniente dall’Eliseo, di rafforzata integrazione dell’Eurozona: notiamo bene, di rafforzata integrazione previamente concordata tra Francia e Germania, che taluni “europeisti ad occhi bendati” che occupano importanti incarichi nel Governo Gentiloni hanno immediatamente dichiarato di voler automaticamente sottoscrivere,  in nome e per conto di tutti gli italiani.

 

Se rileggiamo le pagine di Polimeno, è inevitabile constatare come stiamo commettendo un’altra volta gli stessi errori, con identica superficialità, e mancanza di qualsiasi “accountability” verso i cittadini, di cui hanno dato prova altri  Governi. In primo luogo, perché ci stiamo infilando nel “modello Macron” senza che ancora nessuno, tranne forse Angela Merkel, l’abbia ancor discusso e rapportato al proprio interesse nazionale. In secondo luogo, non abbiamo avuto modo di discuterne in Parlamento, nel mondo dell’informazione e negli ambiti associativi dove pure dovrebbe maturare l’equilibrata e diffusa rappresentazione dell’interesse nazionale e della volontà dei cittadini.

 

Non vi è stata neanche questa volta, almeno sino ad ora, alcuna seria preparazione di una piattaforma negoziale e neppure di una visione condivisa dell’Italia sull’Europa che vogliamo, mentre siamo sommersi da discussioni inconcludenti e autoreferenziali tra i principali partiti: dal fallito referendum costituzionale, a una legge elettorale che assicuri la massima cooptazione e  il maggior consociativismo possibili.

 

Manca invece una strategia del Governo per far conoscere all’opinione pubblica le strade ancora aperte per il nostro Paese, e per far maturare una visione il più possibile condivisa di Europa, superando sia i termini avvilenti del “fuori dall’Euro “da un lato, e irrealistici per la maggior parte degli italiani dell’Europa sempre più coesa dall’altro”. Iniziative come la nostra, con EURECA, intendono contribuire a colmare un pericoloso vuoto di approfondimento e dibattito.

 

Vogliamo forse che fra qualche anno si riproduca la situazione di un Regolamento 1466/97 che ha sottratto elementi di Sovranità ai paesi membri al di là delle prescrizioni dei Trattati Europei, o di un Fiscal Compact che per stessa ammissione di uno dei maggiori conoscitori della materia, citato da ‎Polimeno, “non viene fatto nel quadro del Trattato, ma al di fuori”? Un eminente economista e accademico americano come il professor Galbraith ,con l’equilibrio di chi guarda alle questioni europee dall’esterno, ritiene “sconvolgente” che nella forma attuale l’Eurozona esista solo al di fuori dell’inquadramento costituzionale dei Trattati Europei, e che il regolamento 1466/97 privi tutti i Governi dell’Eurozona del diritto di esercitare il potere sovrano, garantito da Maastricht, nella determinazione della propria politica economica.

Come sottolinea il Prof. Galbraith, riprendendo gli scritti del Prof. Guarino e del Dott. Polimeno, “Atto Unico Europeo e Maastricht definivano obiettivi per uno sviluppo armonioso e bilanciato delle attività economiche dell’Unione, crescita sostenibile e non inflazionistica, rispetto per l’ambiente, alto livello di convergenza, alto livello di occupazione e protezione sociale, crescita dello standard di vita, coesione economica e solidarietà tra gli Stati membri. Ma a determinare il vero corso dell’Eurozona, il Regolamento 1466/97 impone un saldo prossimo al pareggio o in attivo e il percorso di avvicinamento a tale obiettivo nonché l’andamento previsto del rapporto debito pubblico/PIL.”

 

Come possiamo allora consentire che non si affronti seriamente questa colossale stortura normativa, ora che si profila, nelle intenzioni franco tedesche, una sostanziale riforma degli stessi Trattati? Come poter ancora tacere -in una fase di rinegoziato ad ampio spettro degli impegni e dell’architettura dell’Unione- su una situazione che ha determinato politiche economiche guidate da Bruxelles e da Berlino che hanno sì prodotto crescita e surplus commerciali, ma nella sola Mitteleuropa, ed invece economie in caduta libera nell’Europa Mediterranea?

 

Il pensiero di Guido Carlo su un “vincolo esterno” ‎inteso a favorire la convergenza tra economie molto diverse dovrebbe tener sempre conto dell’interazione tra quelle che Carli chiamava “strutture superficiali e strutture profonde”. Una distinzione che sembra ritornare in recenti analisi ,come quella, tra gli altri, di Joseph Stiglitz.‎ Nel suo lavoro, recentemente uscito in Italia, l’economista della Columbia University, osserva: “Quando un Paese rinuncia al controllo sui tassi di cambio e di interesse può andare incontro a molti problemi, a meno che non intervenga facendo qualcosa. L’entità dei costi e la natura di questo “qualcos’altro” dipendono da molti fattori, fra cui il grado di similitudine dei Paesi in questione… L’economista Robert Mundell ha ricevuto il Premio Nobel per aver formulato la seguente domanda e aver trovato la risposta: quali sono le condizioni in presenza delle quali un gruppo di Paesi può avere una moneta unica? La sua analisi ha chiarito che i Paesi dell’Euro sono troppo diversi per condividere senza difficoltà una stessa moneta… Per questo Maastricht imponeva ai membri aderenti all’eurozona di soddisfare i cosiddetti criteri di convergenza… specialmente deficit e debito”.

 

B. Un aspetto che si dovrebbe collocare al centro delle politiche di convergenza riguarda la lotta alla corruzione in Italia. Su questo aspetto  non si è avuto sinora avuto il coraggio né la volontà politica di insistere ‎ abbastanza, a Roma e a Bruxelles.

‎Dovremmo invece  trovare molto significativo che il Presidente Macron, in una Francia che non si trova certo nella situazione dell’Italia come dimostrano le statistiche del “Corruption Perception Index” di Transparency International, abbia annunciato quale prima e più urgente priorità del nuovo Governo l’adozione di una legge sul contrasto alla corruzione nell’attività politica francese, sul conflitto di interessi, e gli abusi di potere.

La prima delle politiche di convergenza che il nostro Paese deve adottare è la tolleranza zero verso la corruzione. Con una moltitudine di sei milioni di poveri nel Paese, la corruzione rappresenta la più abietta tassa sulle categorie deboli. Non c’è servizio pubblico, riscaldamento di abitazioni, prestazione sanitaria, scuola, attività economica i cui costi, disponibilità, efficienza, non siano pesantemente alterati dalla corruzione. È la diffusa pratica corruttiva a rappresentare il peggior handicap sulla credibilità internazionale del nostro Paese, sulle solidarietà che chiediamo a Bruxelles e Berlino per contenere l’immigrazione illegale, per rifinanziare per l’ennesima volta banche decotte,‎ per dare ancora una volta flessibilità alla finanza pubblica.

 

La tolleranza zero verso la corruzione deve nascere da fondamentali considerazioni su ruolo, posizione, e credibilità dell’Italia in Europa e sulla scena globale. L’Euro ha funzionato nettamente meglio per i Paesi dell’Eurozona che sono meno colpiti dalla corruzione, che sono più “virtuosi” di noi nella gestione della cosa pubblica, e che di conseguenza hanno un indebitamento di almeno trenta punti percentuali sotto il livello italiano, con tendenza al ribasso. La corruzione affossa l’economia dell’Italia probabilmente più di ogni altra cosa. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente la spesa pubblica e l’indebitamento.

 

Dei diciannove Paesi dell’Eurozona sono ben quindici quelli che confermano la saldatura tra un debito inferiore al 100% di PIL e un ”corruption perception index – CPI, di Transparency International” migliore di quello calcolato per l’Italia. Per il “nocciolo duro” dell’Eurozona, che dovrebbe alla fine trasferire risorse di bilancio ai meno virtuosi in caso di mutualizzazione dei debiti, e di garanzie sui depositi bancari, la saldatura tra basso debito e basso indice di corruzione è particolarmente evidente: mentre Italia e Grecia sono rispettivamente al 47° e 44° posto nell’“indice di corruzione-CPI”, con debiti del 133% e del 196%, Finlandia, Germania, Austria, Lussemburgo, Estonia, Paesi Bassi sono tra il 23° e il 2° posto di CPI, e almeno 50 punti al disotto del debito italiano.

 

Se l’Italia resta inchiodata da quattro anni al disotto del quarantasettesimo posto nell’indice della corruzione globale -quel “Corruption Perception Index” di Transparency International che corrisponde d’altra parte alle analisi OCSE, World Bank e Commissione EU-, se ogni giorno l’opinione pubblica e gli investitori nazionali e esteri sono sommersi da storie di criminalità economica, collusioni malavitose e inquinamento della politica, se lo stesso Commissario Cantone sta facendo sovrumani sforzi ma spesso deve riconoscere che le sue fatiche cambiano troppo poco le cose, se Expo 2015 si è conclusa con un giro enorme di affari sospetti ancora non chiariti, e neppure rendicontati‎, ci saremmo dovuti attendere almeno alcune chiare, conclusive manifestazioni di volontà, se non dei risultati appariscenti, da parte degli ultimi Governi nella lotta alla corruzione.

 

Invece, abbiamo dovuto constatare come leggi e misure che avrebbero dovuto essere qualificanti, e per alcuni versi decisive, non lo sono affatto state, come ad esempio la legge sulla cooperazione allo sviluppo che invece di sbarrare la strada all’assegnazione diretta e alla licitazione privata, tradizionali veicoli privilegiati per affarismi e consorterie nel mondo della cooperazione allo sviluppo, eleva non solo a dismisura il tetto della assegnazione diretta, ma addirittura eliminai controlli della contabilità generale dello Stato.

 

Il nuovo “Codice degli Appalti” non costituisce, a giudizio di molti, un esempio di trasparenza e di garanzia contro i noti sistemi del massimo ribasso, delle varianti in corso d’opera, e degli adeguamenti‎. Commercialisti e tributaristi lamentano l’impraticabilità delle formule proposte dal Codice degli Appalti.

 

Le misure per rilanciare l’economia devono quindi assicurare il rispetto degli standard europei e OCSE, la certezza del diritto e un habitat “business friendly”. Le misure da prendere sono note a tutti, suggerite con molta insistenza da tutti i principali organismi intergovernativi e non governativi del mondo occidentale, come Transparency International. Ad esempio:

– l’interruzione dei termini di decorrenza della prescrizione dal momento di avvio delle indagini. Centinaia di procedimenti penali decadono ogni mese vanificando enormi impegni di risorse finanziarie e umane, minando la credibilità della lotta alla corruzione. Il numero di condannati per reati economici in Italia è meno di un ventesimo di quelli detenuti per gli stessi reati in Germania. Abbiamo mai avuto la sensazione che criminalità economica e malavita organizzata siano in Germani venti volte più della nostra? Non illudiamoci che queste mancanze di impegno, di volontà politica e di risultati del nostro Paese non producano poi alcun effetto negativo, e restino un “fattore neutro” quando invochiamo solidarietà nel salvataggio delle banche o nell’accoglienza incondizionata della immigrazione illegale;

– la protezione dei “whistleblowers”. Un’esigenza che si è confermata negli ultimi anni per perseguire le derive anche di una finanza e di un sistema bancario irresponsabile, sanzionato da condanne, risarcimenti e multe per centinaia di miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, e quasi nulla in Italia, per effetto della prescrizione e delle contrapposte strumentalizzazioni politiche nelle indagini;

– il rafforzamento dei poteri di vigilanza della Banca d’Italia sull’intero sistema del credito e un rapporto più collaborativo e trasparente tra le istituzioni Europee e Italiane nel contrasto alla corruzione, nella vigilanza su attività creditizie e finanziarie;

– fisco e spesa pubblica costituiscono altre due ampie aree di intervento: sono stati effettuato interventi di finanza pubblica definiti dagli osservatori internazionali “helicopter money”. Erogazioni con palesi finalità “pre-elettorali”, invece di cogliere il momento favorevole per interventi strutturali sul debito e sulla fiscalità. Negli ultimi due anni tassi di interesse vicini allo zero hanno consentito di risparmiare almeno 20mldE all’anno nel finanziamento del debito pubblico. Anziché destinarli alla riduzione del debito e del cuneo fiscale, il Governo ha aumentato la spesa con  interventi a pioggia‎. Il prelievo fiscale complessivo indicato dal DEF è ancora in aumento di 11mldE, e supererà nel 2117 gli 800 mldE. Non è quindi vero che la “manovrina” chiesta da Bruxelles pari a 3,4 mld non sia in alcun modo finanziata dall’aumento delle imposte. Non ve ne saranno di nuove, ma aumenteranno quelle esistenti;

– Giavazzi e Alesina hanno scritto che inizia ora una partita con i mercati finanziari per la sottoscrizione di un debito pubblico posseduto per 500mldE da stranieri e per altri 1000mld E da detentori di BTP. E’ purtroppo finita la stagione dei tassi vicini allo zero per la tendenza all’aumento dei tassi Usa, per la diminuzione del Quantitative Easing, e per la ripresa delle spinte inflazionistiche determinate per noi in particolare dai prezzi energetici. Un quadro decisamente più difficile per il Governo che sarà in carica dopo la fine di quest’anno, reso ancor più problematico dalle incognite elettorali e le incertezze che gravano sull’Eurozona;

– in ossequio a alcuni interessi l’Italia ha frenato una vera e efficace politica Europea dell’energia, che assicuri a tutta l’Unione un peso decisivo nel negoziare con i Paesi fornitori, a cominciare dalla Russia, ponendosi come blocco unitario anziché come miriade di interlocutori sempre in competizione. Il risultato è, come alcuni osservano da tempo, che imprese e singoli utenti pagano il gas russo almeno il 15% al disopra della media europea. Un handicap rilevante per il rilancio della nostra economia. E’ veramente tempo di situarci tra i convinti fautori di una politica Europea dell’energia.

 

Vi sono quindi alcune cose da fare:

anzitutto stare con i piedi in terra per quanto riguarda la sostenibilità del debito pubblico; l’uscita dall’Euro per ridenominare il debito in lire, con l’illusione di ridurlo, produrrebbe un default e una spirale incontrollabile per l’economia, tipo quella dei “tango bond”;
una seconda priorità riguarda la spesa pubblica. La lista delle Spending Review rimaste nei cassetti è inaccettabile. Così come la volontà di non far nulla per vietare l’assegnazione di contratti a licitazione privata nella grande maggioranza delle pubbliche forniture degli enti locali, o per sopprimere moltissime delle diecimila aziende municipalizzate che servono soltanto a pagare lautamente amministratori del nulla, o delle misure di trasparenza, certezza del Diritto, ed efficacia di indagini e sentenze che inizino finalmente a stroncare una politica connivenze con il malaffare.
Il rilancio dell’economia e la ricostituzione della credibilità internazionale del nostro Paese deve seguire un programma preciso, e un impegno che ancora purtroppo non si vede. Credo debba essere questa la prima delle politiche di convergenza per il nostro Paese.

 

 

 

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VIDEO INTERVISTA – Galbraith: pronto a impegnarmi con EURECA

“Ho deciso di dare il mio contributo a EURECA perché apprezzo e condivido l’impegno di questa associazione che intende impegnarsi per difendere la democrazia e la legalita’ nell’Unione Europea”. Così James K. Galbraith, il grande economista americano che in questa intervista esclusiva si sofferma in particolare sui problemi dell’Italia all’interno dell’Ue. Roma – spiega – e’ la città dove venne firmato lo storico Trattato, penso dunque che l’Italia non debba uscire dall’Unione ma battersi da dentro per cambiare le regole dannose della moneta unica

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Berger euro vantaggioso pericolo per Berlino

<L’euro e’ stato costruito male e in maniera talmente vantaggiosa per la Germania che, paradossalmente, questo puo’ diventare un rischio per la Germania stessa, alla quale converrebbe uscire dalla moneta unica>. Dichiarazioni forti, ma contrariamente a quanto si possa pensare, non rilasciate da un pericoloso euroscettico, ma da Roland Berger,  celebre consulente, oggi anche consigliere della cancelliera Angela Merkel, in un’intervista rilasciata poche settimane fa al Corriere della Sera. 

<Prima che l’euro venisse  introdotto  – dice Berger – ero scettico e purtroppo i miei timori si sono dimostrati corretti. È stato un fallimento. L’euro era partito sulla base di alcuni presupposti sbagliati. Si pensava che il tasso di cambio all’ingresso avrebbe garantito che la competitività dei diversi Paesi si sarebbe aggiustata. Inoltre le fondamenta del progetto erano costruite sul trattato di Maastricht, ma dall’introduzione dell’euro le sue regole sono state violate almeno 165 volte. E si pensava che ci sarebbe potuta essere una politica economica e di bilancio dell’area monetaria, che avrebbe portato a risultati coordinati».

 Invece, sottolinea Berger, si è verificato tutto il contrario. <Ora – dice – abbiamo Paesi con gradi di competitività molto diversi. Nel mondo meridionale o latino c’è una percezione politica secondo cui la crescita attraverso il finanziamento a debito è quasi la regola. La Germania invece è tornata a una posizione di notevole competitività malgrado gli oneri della riunificazione perché nel 2003 e 2004, con il governo di Gerhard Schroeder, ha affrontato riforme dal lato dell’offerta. Adesso sta crescendo piuttosto bene: potrebbe fare meglio, ma non crea nuovo indebitamento, il debito è ancora sopra ai limiti di Maastricht ma in rapido calo, e c’è praticamente piena>.

 Ma se la situazione tedesca e’ così florida, perché allora il suggerimento a Berlino di uscire dalla moneta unica? La risposta di Berger e’ di quelle che meritano di essere lette con grande attenzione. <I numeri dell’economia tedesca a confronto delle altre sono noti. Oggi – spiega – abbiamo una politica monetaria della Banca centrale europea che mi pare corretta per il 75% dell’area euro, ma è decisamente sbagliata per la Germania. Nel caso di un crollo dell’euro, la Germania pagherebbe la gran parte del debito. Dunque la Repubblica Federale in una certa misura, anche per il suo surplus nei suoi conti con l’estero, è diventata una sorta di elemento di disturbo. La sua competitività e’ troppo diversa da quella degli altri. Essa e’ quasi un elemento di disturbo. E come se non bastasse, a questo punto corre il rischio di perdere competitività essa stessa perché per noi il tasso di cambio dell’euro è troppo debole. La nostra economia dipende al 50% dall’export e perciò dalla nostra competitività globale».

In pratica, spiega ancora Berger, <con il marco, il mondo delle imprese era abituato a rivalutazioni costanti, dunque investiva per guadagnare produttività. Questa esigenza ora è scomparsa. L’attuale tasso di cambio dell’euro non è tale da aiutare la Germania. Aiuta il nostro export, ma superficialmente, proprio perché scoraggia gli investimenti e gli aumenti di produttività. Il nostro Paese è economicamente un animale diverso. Ci sarebbe molta più armonia se fosse fuori e i Paesi latini, Francia inclusa, restassero nell’euro. Ma la Germania non uscirà mai, o almeno non nei prossimi cinque anni, prima che venga un’altra crisi: non lo farà per ragioni politiche e storiche, e perché gran parte della nostra classe politica pensa ancora che la zona euro e l’Unione Europea siano la stessa cosa. Non è così. Noi dobbiamo fare di tutto per mantenere la Ue, perché è un grande successo politico e economico».

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Brexit, gelo tra May e Junker

Una cena “disastrosa”, durante la quale la premier britannica Theresa May è stata avvertita che le chance di un accordo sono meno del 50%. Questo il resoconto del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemaine Zeitung della cena di mercoledì sera a Downing Street tra la May ed il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, in vista del summit straordinario di sabato 29 aprile a Bruxelles, che ha approvato le linee guida del negoziato sulla Brexit.
Secondo il giornale, dopo 90 minuti, Juncker avrebbe lasciato la cena sulle possibilità di arrivare ad un accordo sull’uscita del Regno Unito dalle Ue entro due anni. E, in un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel, avrebbe accusato la May di .
Al centro dello scontro, in particolare, il conto del divorzio di Londra da Bruxelles, quantificato in circa 60 miliardi di euro, che il Regno Unito non riconosce. L’Ue che i membri possono lasciare senza pagare, avrebbe detto il presidente della Commissione europea. Non e’ tutto. Juncker ed il capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, Michel Barnier, presente alla cena, sarebbero rimasti più che sorpresi nel sentire che, secondo la May, la questione dei tre milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito possa essere risolta entro il vertice Ue di giugno. “Più cose sentivo, più diventavo scettico”, avrebbe insistito Juncker, secondo le rivelazioni della Faz.
La premier della Gran Bretagna avrebbe poi espresso l’auspicio che i dettagli sui negoziati sulla Brexit – che dovrebbero tenersi, non appena iniziati, quattro giorni al mese – siano tenuti segreti, una richiesta respinta da Juncker e Barnier, secondo i quali tutti i 27 Paesi membri e le istituzioni Ue dovranno essere tenuti informati degli sviluppi. Infine, per sottolineare la complessità del negoziato, che richiederà tempi più lunghi rispetto alle previsioni ottimistiche della May, il presidente della Commissione europea ha portato con sé le duemila pagine dell’accordo commerciale Ue-Canada e una copia dell’accordo di adesione della Croazia all’Unione, che hanno richiesto anni.
Quanto poi ai diritti dei cittadini europei dopo la Brexit, May avrebbe detto al numero uno dell’esecutivo di Bruxelles che in futuro avranno gli stessi diretti di residenza e lavoro di qualsiasi altro cittadino non britannico. Uno scenario definito problematico da Juncker, dal momento che adesso i cittadini europei nel Regno Unito godono di maggiori diritti. questa questione, avrebbe sottolineato l’ex premier lussemburghese.
Richiesto di un commento, un portavoce della Commissione europea non ha voluto dire nulla, salvo citare le parole pronunciate da Juncker sabato scorso, secondo cui quello del 26 aprile a Londra è stato .

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Promemoria sulle leggi europee

Per quali ragioni EURECA, Europa Etica dei Cittadini e delle Autonomie afferma che alcune norme europee, – Patto di Stabilità e Fiscal Compact in primo luogo – sono illegittime? La risposta è in questo breve riepilogo sintetico.

PREMESSA – I Trattati europei hanno valore costituzionale, per entrare in vigore devono essere approvati da tutti i Parlamenti dei Paesi membri (basta un solo no a farli decadere) e in alcuni Stati (Francia, Danimarca) possono anche essere sottoposti preventivamente al giudizio del popolo attraverso un referendum (anche in questo caso basta il no di un solo corpo elettorale per renderli nulli).

IL TRATTATO DI MAASTRICHT, nel quale si stabiliscono anche alcune regole di base per l’introduzione della moneta unica, ha seguito questo iter ed e’ stato firmato il 7 febbraio 1992. In esso – particolare molto importante – tra l’altro si prevede che:
i famosi parametri debbano essere valutati anno per anno con il criterio della <tendenzialità>. All’Italia, per esempio, non viene chiesto di far rientrare di colpo il suo debito pubblico entro i limiti stabiliti, ma di dimostrare ogni anno che è in atto la tendenza ad avvicinarsi a quell’obiettivo.
In caso di crisi straordinaria (e dunque non ciclica) dell’economia, Maastricht prevede la sospensione della verifica dei parametri.
Maastricht stabilisce inoltre che un paese non in regola con i parametri, di fronte a una chiara opportunità di investimento, possa egualmente indebitarsi per investire in quel progetto dal rendimento futuro certo. In pratica, esclude dal conteggio al fine del rispetto dei parametri l’indebitamento effettuato per finanziare un finanziamento e dunque esclude che essa possa far scattare sanzioni da parte di Bruxelles.

IL PATTO DI STABILITA’ – La Germania, che le regole di Maastricht le aveva accettate e approvate pur non condividendole, pochi mesi dopo parte all’attacco per cambiarle e inasprirle. All’inizio tenta di seguire una via consentita: aggiornare il Trattato di Maastricht con un nuovo Trattato, salvo però rendersi conto dell’impossibilità di ottenere il consenso di tutti i parlamenti dei paesi membri su un nuovo e diverso compromesso. Di qui la decisione di aggirare l’ostacolo, e con esso le leggi europee, e di cambiare Maastricht, ovvero una costituzione, con il Patto di Stabilità, ovvero un semplice regolamento, norma di rango inferiore. Si tenga presente che il regolamento può solo disciplinare quanto previsto nei Trattati e non può cambiarne contenuti e disposizioni. Ciò nonostante – dopo un intenso lavoro di pressing sugli altri Stati Ue – nel 1997 la Germania ottiene:
l’eliminazione del criterio della tendenzialità nella verifica del rispetto dei parametri,
la cancellazione della sospensione dei parametri in caso di crisi straordinaria,
l’eliminazione per i paesi non in regola della possibilità, senza essere multati, di fare investimenti virtuosi.
Il Patto di Stabilità, firmato dai capi di stato e dai governi (in Italia firmano Prodi e Ciampi) entra in vigore nel 1999. Dunque, nella sostanza, Maastricht viene cambiato da una norma di rango inferiore mai approvata da nessun parlamento nazionale e, tantomeno, sottoposta a referendum popolare laddove sarebbe consentito. L’illegittimità è palese.

FALLISCE LA CONVENZIONE EUROPEA – Consapevoli di ciò, in seguito Germania e Francia cercano di far rientrare il Patto di Stabilità nella legalità e di inserirlo in un nuovo Trattato. Nasce anche per questo la Convenzione europea, organismo comprendente rappresentanti di tutti gli stati membri e incaricato di  superare la forma intergovernativa di modifica dei Trattati, dando vita Dir fatto ad un’Assemblea costituente. Dopo mesi e mesi di un lavoro complesso, la Convenzione europea – in ossequio alle disposizioni europee già descritte all’inizio di questa nota – viene sottoposto all’approvazione delle assemblee (e/o corpi elettorali) degli Stati membri. Ma il percorso si interrompe subito in maniera irreversibile: i cittadini francesi, con un referendum, bocciano il Supertrattato. Da quel momento in poi, non solo finiscono i tentativi di legittimare il Patto di Stabilità ma, peggio ancora – persa definitivamente la speranza di riuscire a cambiare i Trattati senz’altro che incorrere nelle bocciature da parte di parlamenti e cittadini – tutte le norme economiche successive vengo varate con provvedimenti illegittimi. Dal Two Pack al Six Pack al Fiscal Compact (2012).

DIFFERENZA TRA PATTO DI STABILITA’ E FISCAL COMPACT – In realtà, pur essendo entrambi illegittimi, tra queste due norme esiste una differenza. Il Patto è un regolamento e, come detto, entra in vigore col solo via libera dei governi e senza quello dei parlamenti nazionali e dei cittadini attraverso il referendum. Il Fiscal Compact è invece un Trattato internazionale, che necessita del via libera delle Assemblee popolari. Tuttavia anch’esso è cosa diversa da un Trattato Europeo. Innanzitutto perché, a differenza di quest’ultimo, il Trattato internazionale non può essere sottoposto a referendum (e qualora  ciò avvenga – ad esempio in Francia – un eventuale bocciatura comporterebbe la mancata entrata in vigore della norma in quel Paese, ma non in tutti gli altri Stati dell’Unione). E inoltre, e’ diverso perché il Trattato internazionale entra in vigore anche se uno o piu’ parlamenti nazionali lo bocciano. Infatti il Fiscal Compact, seppur respinto da Gran Bretagna e Repubblica Ceca, è diventato legge. Il Trattato europeo, invece, per entrare in vigore deve essere approvato da tutti i parlamenti. Basta che uno solo si pronunci in maniera negativa che automaticamente decade in tutta l’Unione.
Ancora: al momento del varo del Fiscal Compact – esclusa la possibilità di riuscire a inserirlo nei Trattati – i vertici dell’Ue presero in considerazione la possibilità di imporlo attraverso una della Commissione Europea. L’idea fu scartata perché le norme dell’Ue prevedono che su ogni Direttiva debba esprimersi l’Europarlamento con un voto. E, questo rischio, naturalmente lo si voleva evitare. Ciononostante, l’Europarlamento ha voluto egualmente pronunciarsi con un voto (ma in questo caso solo indicativo e dunque senza conseguenze) e ha bocciato il Fiscal Compact, che però è entrato egualmente in vigore creando gli enormi problemi – economici e sociali – che ben conosciamo.

APPUNTAMENTO CRUCIALE A FINE 2017 – Nel 2012, quando entrò in vigore il Fiscal Compact, la Germania pretese e ottenne l’impegno di tutti gli stati membri entro 5 anni a inserire questa norma nei Trattati Ue. Pertanto, entro la fine di quest’anno, tutti i Parlamenti degli Stati membri, Italia compresa, dovranno votare su questo. Domanda: perché Berlino-Bruxelles ci tiene a questo obiettivo? Risposta: perché il Fiscal Compact, e non solo quello, fintanto che resta fuori dai Trattati è illegittimo.